lunedì 10 novembre 2014

Milano

Dentro le pozzanghere di Milano ci sono suole sporche e condomini depressi. Tutti i viali fuori dal centro mi sembrano uguali, lunghi e anziani, ci vorrebbero un paio di giornate di sole a incendiare le foglie e invece la pioggia le abbatte incollandole sui tram e sui marciapiedi che percorro.

Ho paura.

Non ho abbastanza tempo per imparare a orientarmi, a Milano ci venivo per le gite in centro e per svuotare il portafogli a Pasquetta, ho creduto troppo presto di saperla capire e invece mi sono persa due volte e mi sono sentita tradita.

Prendo il novanta, mi siedo dietro a un paio di cinesi, andiamo verso il Naviglio Grande.

Leggo i muri, che passano veloci e mi raccontano le strade: la crisi c'è più della figa. Sale una donna con l'impermeabile che le arriva alle ginocchia. Chiede ad ogni fermata se qualcuno le vuole vendere un accendino, nessuno le risponde, lei ci guarda negli occhi e sbuffa. Poi ci domanda se siamo tutti salutisti o solo degli egoisti seduti vicini.

Ci guardo e di sicuro siamo tutti piuttosto brutti, coi capelli crespi e il viso sporco di metropolitana.

Penso che mi mancano i posti in cui sono cresciuta, i paesi con solo una chiesa e un paio di bar, la provincia.
Vedo delle biciclette appese sui balconi al quarto piano.
Prima dello spettacolo metto un maglione rosso, che mi protegga dal malumore e dalla sfortuna.

Va tutto come dovrebbe.

Quando entriamo in autostrada è mezzanotte e ho stretto tante mani di persone che mi dimenticheranno in fretta.
Vedo l'hotel delle cose e penso che una città in cui gli oggetti hanno bisogno di un albergo sia un posto che riuscirò ad amare soltanto quand'è passato.

domenica 26 ottobre 2014

Il compleanno

-Quanti anni ho?
-Quasi novantasei.
-Novantasei sono tanti. Sei sicura?
-Si mamma, sei nata il 16 dicembre del '18.
-Bisogna dirglielo al dottore che sono così vecchia. 
-Lo sa, mamma.
-Non riesco più a camminare.
-Sì, entrano tutti con la carrozzina. E' abituato.
-Sono tutti vecchi come me. Quanti anni ho?
-Novantasei, ma sta tranquilla che lo sanno anche loro.
-E' passato tanto tempo da quando sono nata. C'eri anche tu?
-No, sono tua figlia, io son nata nel Cinquanta.
-Mi ricordo, c'era anche tuo papà. Era un bell'uomo. Hai tutte le carte?
-Sì mamma, sono nella borsa. Vuoi una caramella?
-Magari, grazie. Oggi è il sedici dicembre?
-No mamma, è il ventiquattro ottobre. Vedi che gli alberi hanno ancora le foglie?
-Sì, bisogna rastrellare anche il nostro giardino.
-D'accordo, mando Enrico.
-Fra due mesi è il mio compleanno. Bisogna dirglielo anche al dottore.
-Va bene, ma lo vede scritto nel computer. Non preoccuparti che i dottori lo sanno.
-Sanno cosa?
-Quanti anni hai.
-Quanti anni ho?
-Novantasei
-Com'è passato veloce il tempo.



martedì 21 ottobre 2014

Autopromozioniamoci!



Vi aspettiamo a Milano, in Alzaia Naviglio Grande, 192.
Per info e prenotazioni 348.7076093 o alt@altaluceteatro.com.
Io, Lorenzo e Laura ci saremo di sicuro.
Sono già terrorizzata.

giovedì 9 ottobre 2014

Il barbecue

A Zia Erminia piacciono i bigodini, li fissa sui capelli bianchissimi e ogni mattina ha riccioli precisi che le incorniciano la fronte piena di rughe orizzontali.
Zia Erminia ha novantadue anni e mi dice di chiamarla bisnonna nonostante si dimentichi subito il mio nome. Porta degli orecchini rotondi e le ciabatte da dottore, passa a visitare i cavoli e le zucche nell'orto, controlla come stia la verdura che ha bisogno di cure più dei malati. Le piace la terra, e ogni volta che andiamo a trovarla mi racconta dei sui fiori, degli insetti che ci ronzano intorno o della pioggia che li inzuppa. E' una donna allegra, ci sente poco ma ormai il rumore delle parole le entra dagli occhi.

Arriviamo un sabato mattina, la troviamo indaffarata a togliere le erbacce dal viale che porta al parco giochi. Ci parla un dialetto strettissimo che qualche volta le incastra le consonanti nella dentiera.
Ci dice che nel quartiere ogni sera arrivano dei nuovi ragazzi, gente brava, ci assicura, si mettono attorno al tavolo da pic-nic a chiacchierare, come si faceva una volta. Intanto va a prendere un sacchetto e sradica quattro cipolle grosse quanto un pugno.
Continua raccontando che i ragazzi arrivano a gruppetti, si chiamano con il cellulare e si aspettano vicino all'entrata, saranno in quindici e usano il camino senza farci le braciole.
Io e Marco ci guardiamo un po' perplessi, ci chiediamo quale sia il senso di un barbecue senza il fuoco, così ci avviciniamo facendo finta di niente. Zia Erminia ha il fico da mostrarci che è pieno di calabroni e ci fa abbassare le teste.

Il camino è particolarmente ordinato, ci sono le cesoie da un lato e un paio di guanti dall'altro. Nel mezzo svetta un bong in erezione, lungo e impertinente si finge complemento d'arredo, sperando che nessuno ci faccia troppo caso. Sto per scoppiare a ridere ma Marco mi intercetta e mi ordina di tacere aggrottando le sopracciglia.
Intanto zia Erminia ci dice che non capisce a cosa servano certi marchingegni, ma l'importante è tenere tutto pulito, i ragazzi sono bravi e quando lasciano lo sporco ci pensa lei a lucidare il tubo di vetro. 
Loro la ringraziano.
Marco sgrana gli occhi, prende la zia sotto il braccio e torniamo in giardino.
Le dice che in fondo i ragazzi sono giovani, possono arrangiarsi da soli, e che sta arrivando il freddo è meglio che non prenda colpi d'aria.

Quando saliamo in macchina comincia a brontolare che certe cose ai suoi tempi si facevano meglio e mi fanno ridere i suoi trentun'anni, quando il passato era migliore si smette di crescere e si comincia a invecchiare.

sabato 27 settembre 2014

Il pensiero complesso

Sembra un nome di un fiore, o di una donna.  Invece no. 
L'Isis non sa profumo e ha il colore delle ombre. E' entrato nei miei sogni dal telegiornale e si è preso le nuvole, che tuonano di guerra e rendono pensierosi i miei risvegli.

C'era un vecchio che stava seduto sul ciglio della strada. Guardava le macchine e me che passavo. Teneva una palla in mano, la faceva ruotare con il polso, forse per tenere sveglie le articolazioni sempre più simili ai cancelli arrugginiti. Aveva la pelle dei beduini, avvizzita intorno alle ascelle e calante sopra le ginocchia. In testa portava sempre un fez rosso, probabilmente veniva dal Marocco. Era seduto solo, a lasciare che il marciapiede e chi passava si prendesse i suoi giorni.

Viene dal Marocco anche mio zio. L'ho visto l'altro lunedì in chiesa, una chiesa cattolica, perché era morto il padre di sua moglie ed eravamo tutti insieme al funerale. Mi ha sempre voluto portare a Casablanca, me l'ha chiesto anche al cimitero. Io ho sempre voluto andarci e non ci sono mai riuscita. E mi dispiace, oggi più che mai. Il suo Islam l'ho spiegato a scuola. Mi piaceva capirlo, non mi faceva paura.

Il male mi è sempre parso inutile. Ci sono troppe cose belle e non avrò abbastanza tempo per farle tutte.
Penso che la crudeltà sia figlia dell'ignoranza, mica di Allah, e l'ignoranza fa cadere le teste.
Senza testa non si va da nessuna parte.
Dobbiamo ricordarcene ogni giorno, noi che ancora possiamo restare a guardare. Pensare non è sempre facile, la comprensione, l'accettazione e la forza soprattutto, sono frutto di un lavoro costante che richiede fatica emotiva ed intellettuale.
Uno dei mali dei nostri tempi è la velocità con cui siamo abituati a vivere, che spesso appiattisce e fa svanire le idee, che non hanno tempo per crescere prendere vigore o smentirsi, semplicemente esistono per un attimo e poi muoiono.
Io credo che dovremmo esercitarci tutti a produrre un pensiero complesso, che non si accontenti mai di sé stesso e continui a cercare di essere migliore.
Per accettare qualcuno o ribellarsi a qualcuno prima bisogna capire.
L'Isis mi fa paura perché ha la violenza del nulla, che annienta tutto quello che non è uguale a sé stesso, che non è il vuoto.

C'è un vecchio che sta seduto sul ciglio della strada. Mi guarda arrivare nella nuova casa, ha gli occhi piccoli e il viso rotondo, porta la camicia a scacchi e con la mano stringe un bastone di legno chiaro.
Ogni volta che lo guardo penso all'uomo col fez in testa, mi piacerebbe presentare l'uno all'altro e che invece di continuare a stare soli imparassero a farsi compagnia.



domenica 14 settembre 2014

I miei dieci

Di solito le mie liste preferite sono quelle che faccio il sabato mattina prima di andare a fare la spesa. Questa settimana al supermercato ci ha pensato Marco, quindi io posso rispondere per benino a una delle catene che in questi giorni circolano su facebook. In genere sono abbastanza svogliata, ma sono stata nominata da un mio caro amico e si tratta di parlare di libri, quindi aderisco volentieri.
Si tratta di elencare i dieci libri che in qualche modo mi hanno cambiato la vita, quelli che mi sono piaciuti di più e in qualche modo hanno fatto la differenza.

Ecco allora i miei dieci fondamentali. 
  1. L'orsetto Meo. Il mio primo libro, lo so ancora a memoria. Vigila il vigile di buon mattino, drin, alla porta suona il postino. L'orsetto Meo ancora sbadiglia, con tutta calma lui se la piglia... E' grazie a lui se è iniziato tutto.
  2. La trilogia della città di K, di Kristof. E' il libro che vorrei avere scritto, a mio avviso il più bello che abbia mai letto. Quando entro in libreria cerco sempre qualcosa in grado di superarlo. Non l'ho ancora trovato.
  3. Pastoralia, di Saunders. Racconti geniali, di un autore particolarmente interessante. Non sono legati a uno stile preciso, ma riescono a costruirne uno di nuovo. Grande esempio di scrittura creativa.
  4. A ovest di Roma, di Fante. Di quest'autore amo tutto, mi sarebbe piaciuto conoscerlo, ci sarebbe stato da ridere. Scrittura asciutta e divertente, piena di talento. Il mio cane stupido, è un racconto lungo che mi ricorda mio padre.
  5. La porta, di Szabo. Come la Trilogia questo libro mi ha lasciato dentro un grandissimo senso di pietà, pietà buona, nei confronti del genere umano. Mi piacerebbe vederlo in scena a teatro.
  6. Don Chisciotte de la Mancia, di Cervantes. La lunghezza non deve spaventare. Capolavoro spassoso che ho letto dalla prima all'ultima riga la mattina, prima di andare a lezione al secondo anno di università. 
  7. I giorni chiari, di Banks. E' Il romanzo che sto finendo ora, luminoso e pieno di magia. Mi fa tornare in mento il tempo quando ero bambina. Libro gonfio di natura.
  8. 1984, di Orwell. Mi ricorda che la fantasia di un bravo scrittore anticipa il futuro.
  9. Le avventure di Kavalier e Clay. E' l'unico libro su cui io e mio fratello andiamo d'accordo.  Molto bello. Racconta di prestigiatori, fumetti e viaggi. 
  10. Dopo ieri sera cambio quello che avrei segnato come mio decimo (qualcosa di Roth) e indico Morte di un uomo felice, di Giorgio Fontana. Il suo Campiello mi ricorda che questo paese ogni tanto premia la serietà, la cura e l'impegno, e perché no, anche i giovani.
Se vorranno, sperando di fare cosa gradita, invito Berenice di Out of the Box, Michele di Le noud papillon e Gigliola a scrivere i loro dieci.

domenica 7 settembre 2014

Luce

Sotto la finestra si aggrovigliano i rovi. L'erba cresce a ciuffi cercando di farsi largo e trovare un varco, nessuno ha colto le more che sono rimaste ad aspettare sotto la pioggia diventando sempre più scure. Più in alto, intorno al fico, ronzano i calabroni. Si aggrappano ai frutti maturi che pendono dai rami stanchi, la vite si è attorcigliata all'albero e lo stringe.
Dietro le piante iniziano i campi, c'è profumo di fieno, starnutisco un paio di volte. Poggio la tazza dentro il lavello, sento tre spari uno dietro l'altro: si cacciano gli uccelli, è cominciato l'autunno.

L'unico cane che non siamo riusciti a tenere si chiamava Luce, le piaceva scappare.
Era un setter bianco e nero, il corpo affusolato le serviva per correre veloce in mezzo ai prati, saltava il cancello, attraversava la strada e poi via, correva verso il bosco e poi ci entrava, si tuffava dentro i cespugli e in mezzo al fiume, senza fermarsi. 
Noi provavamo a starle dietro.
Io e Serena la seguivamo col fiato grosso e le scarpe sporche, è così che abbiamo imparato a fischiare con le dita, gridavamo Luce, e lei ritornava per finta, si faceva vedere e spariva di nuovo, come fosse stato nascondino.

Le piacevano soprattutto i tacchi e i cellulari.
Quando riuscivamo a farla rimanere in casa fingeva di dormire, solo quando era sicura che nessuno la stesse guardando strisciava in una delle nostre camere e prendeva il primo telefono che trovava su un comodino.
Rosicchiava lo schermo, la tastiera e tutto quello che sapeva di plastica. Come i telecomandi, i tablet, le punte delle mie ballerine rosse o il primo smartphone di mio padre.

Del giorno in cui abbiamo dovuto restituirla mi ricordo solo che abbiamo pianto tutti. Né i guinzagli né gli educatori erano riusciti a risolvere il problema: è affetta da randagismo, ci avevano detto i veterinari, non ci potete fare niente.

Di Luce nessuno parla più perché una storia triste. 

Credo che qui le sarebbe piaciuto e adesso che è arrivato l'autunno vorrei vederla tornare, all'improvviso. Sfrecciare in mezzo all'erba tagliata e impigliarsi dentro i rovi pieni di more, ad aspettare che apra la porta per asciugarle le zampe, piene di mondo.