domenica 13 aprile 2014

I naufraghi

Dentro il mercato le persone sono belle, somigliano ai bottoni con cui giocavo da bambina, mia nonna li teneva dentro una scatola di latta e non ce n'era mai uno di esattamente uguale all'altro.
Ci sono donne arabe coperte da veli che toccano la strada, solo gli occhi si intravedono da una fessura, mi chiedo come facciano a non inciampare. 
Dalle carrozzine bambini nuovi e disabili accartocciati guardano sorridenti i banchi di frutta che in questa stagione cominciano a colorarsi. Penso a come sarebbe la vita a vendere fiori.
Io e mia madre andiamo a comprare la frittura di pesce, dobbiamo attraversare il centro a piedi, ci fermiamo a guardare le bancarelle e qualche volta compriamo una maglietta o magari un pesce rosso da mettere nello stagno in giardino. 
Intorno c'è rumore di cucchiaini, fa abbastanza caldo e i bar tengono le porte spalancate, così l'odore di brioches si sparge sulla strada. Mi viene fame subito, anche se per colazione ho mangiato la pastiera. 
Un uomo senza gambe chiede l'elemosina trascinandosi su uno skateboard. Finché è voltato un ragazzino lo indica a suo padre, poi lo scopre da davanti, così arrossisce e scompare.
Sotto il duomo mia madre mi tira il braccio. Ho trovato un bellissimo regalo che vorrei comprarti, mi dice, lo prendiamo?
Alzo la testa e vedo un ombrello di Peppa Pig a spicchi rosa e bianchi. Le ricordo che ho ventotto anni e non sono treenne da almeno un quarto di secolo.
Lei mi risponde che è appunto per questo che sarei simpatica più degli altri. Non mi convince.
Ci mettiamo in fila per i calamari e i gamberi fritti e ci serve una donna che non capisco bene se è un uomo. 
Tutta questa confusione mi fa sentire allegra, dentro questo mare di gente ogni naufrago può essere salvato.

giovedì 27 marzo 2014

Inverno

Il mare è ancora bianco, senza cordone il mio ombelico è solo un vuoto che si riempie di schiuma.

mercoledì 26 marzo 2014

Cedils, parte seconda

Dopo aver scritto il post sul Cedils sono stata contatta da diversi lettori che volevano ulteriori informazioni sul certificato per insegnare italiano agli stranieri.
Si lavora? E' utile? Serve all'estero?
Ecco cosa mi è successo.

Subito dopo aver ottenuto il certificato vengo contatta da un ente di formazione accreditato dalla Regione Veneto. 
Mi propongono di insegnare ai lavoratori stranieri in difficoltà per il progetto "Interventi di politica attiva per il reinserimento, la riqualificazione, il reimpiego dei lavoratori del sistema produttivo colpiti dalla crisi economica"
Il progetto è finanziato dal Fondo Sociale Europeo, quindi si va sul sicuro: 18 euro l'ora pagati con ritenuta d'acconto.
Mi spiegano che però i soldi arriveranno dopo sei mesi, perché l'Europa deve pagare la regione, che deve pagare l'ente, che deve pagare il dipendente.
Ok, dico io, insegnerò comunque, voglio farmi esperienza e per sei mesi posso anche aspettare.
Era il novembre 2012.

A marzo 2014 dei soldi neanche l'ombra. 
Mi decido a chiamare in Regione parlando direttamente con il responsabile dell'ufficio che gestisce la contabilità e i finanziamenti dei progetti in questione. Mi rassicurano: tutto regolare, è la regione che effettivamente non ha ancora pagato gli enti, al momento non c'è liquidità, forse quest'anno ci sarà. Chi può saperlo.

Chi può saperlo??? 

Ora, per fortuna io avanzo solo un migliaio di euro, ma mi dico: porca eva, se lavoro all'interno di un progetto salvagente, che va a tamponare i danni di una crisi economica, con quale faccia non paghi chi ha lavorato al suo interno?
All'epoca avevo 26 anni e i miei genitori provvedevano al mio totale sostentamento. Alcuni miei colleghi erano però signori con famiglia, che facevano un numero elevato di ore per portarsi a casa i soldi con cui mantenere figli e mogli. Come avranno fatto loro?

Grazie a dio ci sono gli alunni, loro riescono a rendere l'insegnamento un'esperienza bellissima nonostante tutto.
Per il resto l'Italia mi sembra diventata il regno di Fantasia de La storia infinita, il nulla che avanza divora il buono e lascia solo amarezza.

mercoledì 19 marzo 2014

Father's Day

E' sera e io ho dodici anni. Sono in giardino con mia madre, dove ci sono le canne di bambù, verso la strada. 
Improvvisamente dalla cucina si sentono urla furibonde, rumore di sedie, un tonfo secco.
Poi silenzio. Mia sorella, allora bambina, esce fuori e ci raggiunge: ho ucciso il papà, ci dice.

Mio padre ci ha sempre ricordato che se siamo nate è perché ci voleva mia madre, lui no. Preferisce i cani, Bala, il nostro Bovaro, lo chiama il mio bambino abbracciandolo fortissimo.
Per noi non è mai stato un problema, ci ha sempre fatto ridere e ha sganciato spesso.
Il primo ricordo che ho di lui è quando mi ha portata a raccogliere funghi invece che andare all'asilo, mi ha comprato un bellissimo paio di stivaletti dei Puffi e sono stata felice tutto il giorno.

Per far dispetto a mia madre quando avevo un paio di anni mi aveva insegnato una filastrocca, che io capivo poco, ma che mi pareva divertentissima per l'effetto che provocava sulle persone quando la recitavo, e lo facevo spesso, a tradimento, facendo vergognare mia madre: tempo belo spisa l'oselo, temporale spisa le bale. Ma forse ve l'ho già raccontata.

Mio padre è un tipo piuttosto irascibile. Quand'ero adolescente e facevo qualcosa che non andava bene mi chiudeva in camera per due giorni, avevo il permesso d'uscita soltanto per fare pipì,  non potevo ricevere visite né rispondere al telefono. Così una volta scontata la pena gli sputavo nel caffè.

Con mia sorella ha sempre avuto un rapporto conflittuale, anche quando Serena era bambina. E torniamo a quella sera d'estate: ho dodici anni, sono con mia madre e mia sorella ci ha appena detto: ho ucciso il papà.
Corriamo in cucina lo troviamo disteso a pancia in su, immobile, in un lago di acqua frizzante.

Serena non voleva spreparare la tavola. Gliel'aveva ordinato una, due, tre volte. Mia sorella non voleva, neanche per sogno. Alla quarta l'aveva mandato a quel paese così mio padre aveva provato a suonargliele. Solo che Serena era svelta, aveva cominciato a correre intorno al tavolo con mio padre alle calcagna, non riusciva a prenderla, né a bloccarla. Così con un lampo di genio aveva pensato di rovesciare la bottiglia di Ferrarelle sul pavimento in modo da farla cadere. 
Solo che Serena non era caduta, era una bambina sveglia, era scivolato lui che aveva l'ernia al disco e trant'anni in più.

E' sopravvissuto. Siamo sopravvissuti, piuttosto bene devo dire, tutti insieme.

Mio padre quando oggi gli ho fatto gli auguri mi ha ricordato di essere un tipo materialista, gli piacciono i regali, soprattutto tecnologici. Per fortuna non ho ancora preso lo stipendio.

mercoledì 12 marzo 2014

12 marzo 2014

Mi tuffo in mattine larghe, che lasciano spazio a un sole brillante e pensieri felici.
La mia vita ha preso la rincorsa, devo allenare il respiro e gonfiare i muscoli per riuscire a starci dietro.

La sera camminiamo stanchi per le vie del centro tenendoci la mano, ho poco tempo per scrivere, cerco di ricordare tutto quello che vivo in questi giorni per raccontarlo nei pomeriggi di pioggia, pieni di noia e lentezza velenosa.

Usciamo da un bar imbevuto di gente e spritz campari, incrociamo Oreste -un negro zoppo e sordomuto- che saluta Marco con la mano e un sorriso silenzioso che mi fa sentire fortunata.

Nello stagno di mio padre è atterrato un germano reale per riposarsi e fare un po' di nuoto. Chiudiamo i cani in salotto e usciamo tutti in giardino ancora in pigiama, ci accucciamo vicino al cancello a guardare l'anatra che passa il becco sotto le piume e ci sembra un miracolo.

Nel pomeriggio la piazza si riempie di bambini con indosso i primi paia di occhiali da sole che li fanno sembrare tante mosche colorate che giocano a rincorrersi inciampando qualche volta.
Vicino al duomo ci sono due peruviani che provano a suonare il flauto di pan stando dietro a una canzone andina vomitata da uno stereo anni Novanta a massimo volume. Non azzeccano neanche una nota, ma continuano con ostinazione, un euro per il coraggio glielo darei volentieri.

Gli alberi si colorano, i cani segnano i lampioni e grattano l'erba, pesto una cacca guardando il cielo.

E' primavera, ancora una volta e non mi stanco mai.

giovedì 6 marzo 2014

San Tommaso

Vengo a scoprire George Saunders lo scorso mese. Avevo letto un'intervista su inutile (una delle poche uscite in Italia) e Matteo Scandolin me l'aveva consigliato. Quando qualcuno mi parla troppo bene di qualcosa lo sospetto a priori, anche se è il mio amico più fidato a farlo. Così vado in libreria e compro Dieci dicembre, una raccolta di racconti edita da Minimum Fax con una bella copertina azzurra.

Dunque.
Consiglio a tutti di cominciare a leggere Dieci dicembre dal secondo racconto, il primo potrebbe demoralizzarvi e sarebbe un peccato. Saltatelo senza sensi di colpa, tanto potrete comunque ritornarci alla fine. E mi capirete.

Le recensioni che riguardano i lavori di Saunders spesso contengono la parola gentilezza, che è un termine desueto, soprattutto ai nostri tempi, divenuto celebre dopo un discorso dell'autore agli studenti della Syracuse University.
Ora.
La prima parola a me viene in mente pensando a Saunders è libertà, mi sembra molto più pertinente. Oppure pazzia.
I racconti che riesce a scrivere hanno una potenza bizzarra, rara, che non dev'essere capita razionalmente, ma che viene assimilata empaticamente, comincia a scorrere nel sangue e ti si insinua fin dentro lo stomaco.
Mi spiego meglio.
Ci sono libri ben scritti che appena conclusi vengono dimenticati nel giro di pochi giorni. Sauders riesce a far durare il racconto aldilà della pagina, a distanza di un mese sto ancora pensando a certe sensazioni, a certe intuizioni, che prendono senso se lasciate sedimentare nei pensieri.

Ancora migliore di Dieci dicembre è Pastoralia. Un libricino che contiene sei racconti, sei allucinazioni taglienti che esasperano e sbeffeggiano alcune ipocrisie del mondo contemporaneo.
Quercia del mar in particolare è una gemma preziosa, una storia grottesca e perfetta, estremamente divertente che mi piacerebbe aver scritto e che da sola vale i nove euro spesi per il libro.

Penso che Saunders abbia del talento vero, se non sapete cosa leggere magari ricordate questo post.
Sapete, mettendoci il naso si trovano molte cose brutte, ma anche molte cose belle, San Tommaso la sapeva lunga.

domenica 23 febbraio 2014

La cova

La bambina la spiavo al catechismo perché alle elementari io ero in A, lei in C, ricreazione in cortili separati. Aveva i capelli nerissimi e un viso grasso, il corpo no, era soltanto robusto. La conoscevamo tutti, anch'io che parlavo solo con pochi altri. Si chiamava Priscilla ed era cattiva. Aveva sputato in faccia al prete e lui le aveva mollato uno schiaffo sul viso, davanti al crocifisso, noi l'avevamo perdonato subito, perché avremmo fatto lo stesso, ma poi c'era la confessione e ci faceva paura. 

In prima media mi ero trasferita in un altro quartiere. Il terzo giorno di scuola era arrivata una bambina nuova. Mi chiamo Priscilla, aveva detto alla professoressa, mia mamma è morta che avevo nove anni. Lo diceva sempre quando si presentava a qualcuno. La professoressa era sbiancata e aveva deciso di portare pazienza, sempre. Priscilla parlava in dialetto e gridava spesso, si mangiava le unghie fino a lasciare solo una lunetta rosa. Sua madre era morta di aids, che per me era solo una sigla di qualcosa di pericoloso, che tutto sommato mi diceva poco.

Priscilla viveva con sua nonna. E una gallina. Andavo a fare i compiti a casa sua qualche pomeriggio che c'era poco da studiare. Giocavamo in giardino, soprattutto. Mi aveva presentato subito la sua gallina, che si comportava più come un cane e stava con noi la maggior parte del tempo. Mi divertivo, ma non lo  davo troppo a vedere, perché Priscilla era una bambina diversa, come i testimoni di Geova, solo che lei aveva un padre drogato. Poteva vederlo solo il sabato e una volta me l'aveva fatto conoscere, in una stanza buia, era magro e giovanissimo, a ripensarci.

In seconda media Priscilla aveva cambiato scuola, sua nonna era troppo vecchia, così era stata affidata a qualche altro parente, una zia, probabilmente. Non l'ho più rivista.

Oggi era bel tempo e sui carri mascherati c'era una gallina rossa, gonfia di piume.

La gallina di Priscilla sapeva che aveva una bambina da covare. Dopo cena chiocciava e sbatteva le ali, Priscilla allora metteva il pigiama e si infilava sotto le coperte. La gallina le dormiva accanto, se erano stati bei sogni il mattino dopo, a ricreazione, Priscilla  mi mostrava un uovo e diventava una bambina buona.