lunedì 15 dicembre 2014

La graduatoria

Per accedere al tfa bisogna superare tre esami.

Il primo l'ho fatto a luglio, il quindici per esattezza. Era una mattina completamente blu, io e Erika non avevamo studiato, lavorando studiare era l'ultimo dei miei pensieri. Così avevo cercato di prenderla con filosofia, avevo proposto alla mia amica di vestirci con la stessa maglietta keep calm and be Barbie, c'era scritto. Io avevo anche il rossetto fucsia.
Come previsto eravamo almeno un migliaio.  Le ragazze sedute vicino al mio posto raccontavano di una app che usavano quando erano in bagno per ripassare le capitali del mondo. Io so a malapena tutte le capitali d'Europa, già se ci muoviamo verso l'Africa comincio a confondermi. Le avevo guardate incerta, non sapendo bene se fosse il caso di vergognarmi per la mia ignoranza o provar pena per la loro secchionaggine.
Abbiamo risposto alle sessanta domande e sulla via del ritorno Erika ha stoppato a Monte Berico per guardare Vicenza senza nuvole.
Evidentemente stavo simpatica alla madonna perché al secondo esame eravamo in duecento e c'ero anch'io. Era novembre ed ero appena tornata da Milano, sfinita. C'era storia, geografia, linguistica e Montale. Ci avevano fatto togliere le merendine dal banco, solo l'acqua, la penna e il foglio.
Al bagno si va solo per urgenze gravi, mi raccomando, ci aveva detto il presidente. Riesco a fare il compito tendendola fino all'ultimo.
E forse qualcuno vuole davvero che io faccia l'insegnante, mi dico, perché miracolosamente passo all'orale.
Ci interrogano a mo' di speed date: quattro professori su un tavolo lungo tartassano ciascuno su ogni materia d'esame. I professori sono rilassati, voi siete i bravi, mi dicono, ormai il peggio è passato.

Supero l'orale e mi sento benissimo. Vado in Feltrinelli e mi compro un paio di romanzi per festeggiare, poi arriva Lorenzo e ce ne andiamo a pranzo insieme. Disseppellisco il futuro di insegnante che in questi anni avevo dimenticato: per la prima volta in tutta la mia vita mi sembra un'opportunità reale.
Pazienza per i 2.600 euro che dovrò pagare di tasca mia per frequentare il tirocinio - un corso che mi abiliterà, ma che non mi darà una cattedra - pazienza il lavoro in ospedale da combinare al pendolarismo. Ce l'ho fatta, mi dico. E comincio a scrivere il primo paragrafo di questo post che oggi non avrà la fine che pensavo.

Sì, perché ieri sono uscite le graduatorie definitive e io sono idonea ma non ammessa.
Significa che ho superato tutte le prove, ma non è detto che entri. Non ci sono abbastanza posti.
Io sono la centoventesima su centodiciassette. Ho lo stesso punteggio degli ultimi vincitori, ma sono più vecchia, quindi scendo in graduatoria.

Mi si contorcono le budella e mi prende la voglia di farmi spiegare da Walter White come si costruisca una bomba.

In segreteria mi dicono che devo avere pazienza. Se ci saranno rinunce sarò tra le prime ad essere chiamata.
Aspetti fino all'otto gennaio e tenga d'occhio il nostro sito perché comunque non la contatteremo, e dovrà immatricolarsi in pochissimi giorni, ah ovviamente se entra.

Se entro.

Cara  madonna di Monte Berico: io credo di esserti stata sulle palle fin dall'inizio, perché questo è un colpo basso che neanche un pugile sarebbe riuscito ad assestare così bene.

giovedì 4 dicembre 2014

Colazioni

In cucina abbiamo un lampadario arancione che fa una luce composta, l'abbiamo scelto quest'estate di comune accordo e quando l'abbiamo montato e ci siamo accorti che non riusciva a illuminare l'intera stanza ci siamo rimasti male e ne abbiamo aggiunto uno di verde.
I due lampadari sono dello stesso tipo, piuttosto pigri si accendono svogliati e per brillare ci mettono un quarto d'ora buono.

Dopo quattro mesi di convivenza è quasi arrivato l'inverno, al mattino scendiamo per la colazione e fuori è buio pesto, si vedono solo gli alberi neri e la strada bagnata. 
Chi mi aveva detto che la convivenza ti fa scoprire aspetti nuovi del tuo compagno aveva ragione.

Accendo la luce per riuscire a mettere il caffè dentro la moka. 
Marco si copre gli occhi ed emette un gemito sofferente, neanche avesse visto Medusa, e si stesse trasformando in pietra. Macchè. Mi dice che la mattina lui ha gli occhi sensibili e che preferisce se restiamo nell'ombra, che problema c'è, Ilaria?

Ora, c'è il problema che io già sono maldestra di mio figuriamoci se proprio non ci vedo. E che la mattina sono subito piena di energie e vorrei condividerle col mondo, mica con Voldemort.

Decido di non badarlo, lascio il lampadario splendere fioco.
Decide di non parlarmi, non mi rivolge la parola fino a sera.

Il giorno dopo accendo la luce. Lui la spegne. Così gli urlo che non ci vedo e lui mi dice che la luce del frigo dovrebbe essere abbastanza per quello che devo fare.
Valuto se tirargli la caffettiera in testa, poi scelgo di piantargli un bel muso lungo. 

Quando il tempo è buono e le giornate sono chiare usiamo la luce naturale, fila tutto liscio. Poi arriva questa settimana e dal cielo cadono i fiumi.

Suona la sveglia, Marco mi abbraccia e come prima cosa mi dice che potrei rimanere a letto visto che sono a casa a preparare l'esame: posso fare colazione da sola, con la luce, dopo di lui. 
Io mi offendo a morte perché gli ricordo che starò sui libri almeno una decina di ore, da sola, a ripetere la prima guerra mondiale al muro, che è piuttosto di poche parole, e che stare con qualcuno di vivo mi servirebbe per affrontare meglio una giornata di merda.

Ci insultiamo. 

Poi arriva la sera, facciamo pace e raggiungiamo un accordo equo: un giorno luce, un giorno buio. 

Ieri era il mio giorno. 
Marco si era calato sul viso un cappuccio di una felpa a righe, beveva il suo thé come l'avrebbe fatto un prigioniero di Alcatraz.
Oggi è stato il suo, buio!, me l'ha annunciato tutto contento scendendo le scale per andare in cucina. Ho versato tutto il caffè sul lavandino.
Se vuoi, mi ha concesso Marco, puoi farti luce col lumino del profumatore per ambienti.

Ora, sapete, io credo che la convivenza più che la via per il matrimonio, mi stia aprendo la via della santità.

venerdì 28 novembre 2014

Crescere

Visto che la mia linea adsl non funziona ed è un periodo pienissimo ripubblico un mio racconto apparso su Grafemi lo scorso anno, scritto per l'amico Paolo Zardi. Spero vi piaccia. A presto!

Crescere

Mi sono sentita disonesta come quando a dirmelo era stata mia madre, che aveva trovato le tasche della mia giacca riempite di Labelli rosa che lei non mi aveva comprato. La differenza tra prendere e rubare ce l'aveva scritta sul viso, sei diventata disonesta, mi aveva detto. Disonesta era una parola da adulti, prima di quella ero stata solo una bambina.

Mi sono scopata tuo marito.
Perché non si può dire che sia stato lui a slacciarmi il reggiseno, me lo sono tolta e basta, allungherà la mano.
L'ha allungata perché è marito da una vita.
Mi era capitato di guardarlo quando parcheggiava la macchina davanti alla fabbrica, avevo pensato che una Twingo bianca fosse un'auto da donna. Dietro, appiccicato al lunotto posteriore, c'era un adesivo fucsia, Teresa a bordo.
Teresa è vostra figlia. Lui la chiama luce dei miei occhi, perché è una bambina che gli somiglia, gli pare di conoscersi di più ogni volta che le parla. Lei gli tocca la barba perché alla sua età la barba la fa ridere. Per Teresa è divertente infilare le mani nelle tasche della sua giacca, il rumore delle forchette quando cadono, disegnare coi pennarelli la parte di muro sotto il tavolo in cucina.
Quando eri più giovane ti piaceva la prima volta che aprivi un ombrello nuovo sotto la pioggia, oggi l'importante è non rovinare la messa in piega.
Quando facevo le medie c'era in classe una Teresa che puzzava di piscio. Si sedeva coi maschi perché le femmine erano dispari, nessuna di noi la voleva avere come compagna di banco, figuriamoci come amica. Dopo la lezione di educazione fisica controllavamo se cambiasse la maglietta o se invece tenesse addosso quella sporca. Si lavava le ascelle senza mettersi il deodorante. Piegava la tuta e la chiudeva in un sacchetto di nylon. L'abbiamo lasciata sola, lei ha creduto di non meritarci, ha sempre pensato di essere la più stupida. Ha studiato più di tutti perché non aveva nient'altro.
Teresa fa la psicologa e si rivede in ogni suo paziente, si ritiene una sopravvissuta. Se avesse saputo che le sarebbe bastato lavarsi meglio, invece di uno studio pieno di traumi oggi avrebbe tre bambini vivaci, stipati in una camera coi letti a castello.
L'avevo trovata sulle Pagine Gialle, l'ho chiamata e ho provato a fissare un appuntamento.
Non voglio pazienti che conosco, mi ha risposto, se vuoi ti posso dare il numero di qualche mio collega. Mi ha domandato come stessi, come mi andassero le cose.
Le ho detto che andavano piuttosto bene, che mia madre mi mancava, avevo solo bisogno di parlare con qualcuno. Ha capito che sono una persona sola quando mi ha proposto di vederci per bere una birra. Ha addolcito la voce, nonostante fossi stata io a buttare il sacchetto con la tuta dentro il bidone dell'umido nello stanzino dei bidelli. Mi ha chiesto, sei sicura di non voler fare due parole? È stato allora che mi sono sentita peggiore. Così ho riattaccato.
Lo sai, tuo marito non ha mai guardato le altre donne, entrava salutando tutti con gli stessi occhi di quando si sorbisce la televisione la sera, senza voglia e senza forze. La fabbrica con gli anni ha trasformato i giorni in una catena di gesti sempre uguali, così il matrimonio. Tuo marito si era innamorato guardandoti sbucciare una mela, stavi seduta su una panchina in centro con un cane accovacciato ai piedi, mangiava le scorze. Sei stata amata senza condizioni per la prima volta, tua madre ti aveva cresciuta insegnandoti che una gentilezza si ricambia con la gentilezza, così ti sei sposata per riconoscenza.
La vostra bambina è convinta che siate sempre esistiti, uno per l'altra e invece non siete nemmeno parenti, compagni di cella, ti ritrovi a pensare.
Tuo marito ha aspettato che mi rivestissi, scopi come mia moglie, mi ha detto, non ho capito cosa intendesse davvero.
E adesso che mi guardi ancora con lo stesso viso di prima, quando la cameriera ti ha chiesto se preferissi un thè alla pesca o al limone e tu hai risposto fa lo stesso, penso che tu abbia una bocca obbediente che mi ha ricordato mia madre quando ha saputo che la metastasi le aveva consumato il fegato e ha ringraziato il dottore nonostante le avesse detto che non valesse la pena fare la chemio perché le sarebbero rimasti al massimo due mesi, forse tre.
La prima volta in cui mi sono sentita orfana è stato quando mi è venuta la febbre e sono dovuta andare in farmacia a comprarmi le medicine, sono guarita e nessuno è stato contento.
Mi aspettavo piangessi, mi sarei sentita meglio perché in qualche modo avrei cercato di consolarti, avrei avuto qualcuno per cui preoccuparmi. Invece hai alzato le spalle e hai piegato a metà una bustina di zucchero.
Teresa direbbe che state attraversando una crisi passeggera, cercherebbe di ridarti fiducia consigliandoti di riconsiderare la vostra storia adesso che avete la famiglia che avete sempre voluto. Sopravvivere alla sua adolescenza le fa credere che ogni persona abbia diritto a una vita migliore. Io invece vorrei solo prendermi un'aspirina e farmi la tinta più scura.
Te l'ho già detto, sorridi e mi ricordi mia madre, quando mi faceva credere che valesse la pena crescere ed essere come lei.

lunedì 10 novembre 2014

Milano

Dentro le pozzanghere di Milano ci sono suole sporche e condomini depressi. Tutti i viali fuori dal centro mi sembrano uguali, lunghi e anziani, ci vorrebbero un paio di giornate di sole a incendiare le foglie e invece la pioggia le abbatte incollandole sui tram e sui marciapiedi che percorro.

Ho paura.

Non ho abbastanza tempo per imparare a orientarmi, a Milano ci venivo per le gite in centro e per svuotare il portafogli a Pasquetta, ho creduto troppo presto di saperla capire e invece mi sono persa due volte e mi sono sentita tradita.

Prendo il novanta, mi siedo dietro a un paio di cinesi, andiamo verso il Naviglio Grande.

Leggo i muri, che passano veloci e mi raccontano le strade: la crisi c'è più della figa. Sale una donna con l'impermeabile che le arriva alle ginocchia. Chiede ad ogni fermata se qualcuno le vuole vendere un accendino, nessuno le risponde, lei ci guarda negli occhi e sbuffa. Poi ci domanda se siamo tutti salutisti o solo degli egoisti seduti vicini.

Ci guardo e di sicuro siamo tutti piuttosto brutti, coi capelli crespi e il viso sporco di metropolitana.

Penso che mi mancano i posti in cui sono cresciuta, i paesi con solo una chiesa e un paio di bar, la provincia.
Vedo delle biciclette appese sui balconi al quarto piano.
Prima dello spettacolo metto un maglione rosso, che mi protegga dal malumore e dalla sfortuna.

Va tutto come dovrebbe.

Quando entriamo in autostrada è mezzanotte e ho stretto tante mani di persone che mi dimenticheranno in fretta.
Vedo l'hotel delle cose e penso che una città in cui gli oggetti hanno bisogno di un albergo sia un posto che riuscirò ad amare soltanto quand'è passato.

domenica 26 ottobre 2014

Il compleanno

-Quanti anni ho?
-Quasi novantasei.
-Novantasei sono tanti. Sei sicura?
-Si mamma, sei nata il 16 dicembre del '18.
-Bisogna dirglielo al dottore che sono così vecchia. 
-Lo sa, mamma.
-Non riesco più a camminare.
-Sì, entrano tutti con la carrozzina. E' abituato.
-Sono tutti vecchi come me. Quanti anni ho?
-Novantasei, ma sta tranquilla che lo sanno anche loro.
-E' passato tanto tempo da quando sono nata. C'eri anche tu?
-No, sono tua figlia, io son nata nel Cinquanta.
-Mi ricordo, c'era anche tuo papà. Era un bell'uomo. Hai tutte le carte?
-Sì mamma, sono nella borsa. Vuoi una caramella?
-Magari, grazie. Oggi è il sedici dicembre?
-No mamma, è il ventiquattro ottobre. Vedi che gli alberi hanno ancora le foglie?
-Sì, bisogna rastrellare anche il nostro giardino.
-D'accordo, mando Enrico.
-Fra due mesi è il mio compleanno. Bisogna dirglielo anche al dottore.
-Va bene, ma lo vede scritto nel computer. Non preoccuparti che i dottori lo sanno.
-Sanno cosa?
-Quanti anni hai.
-Quanti anni ho?
-Novantasei
-Com'è passato veloce il tempo.



martedì 21 ottobre 2014

Autopromozioniamoci!



Vi aspettiamo a Milano, in Alzaia Naviglio Grande, 192.
Per info e prenotazioni 348.7076093 o alt@altaluceteatro.com.
Io, Lorenzo e Laura ci saremo di sicuro.
Sono già terrorizzata.

giovedì 9 ottobre 2014

Il barbecue

A Zia Erminia piacciono i bigodini, li fissa sui capelli bianchissimi e ogni mattina ha riccioli precisi che le incorniciano la fronte piena di rughe orizzontali.
Zia Erminia ha novantadue anni e mi dice di chiamarla bisnonna nonostante si dimentichi subito il mio nome. Porta degli orecchini rotondi e le ciabatte da dottore, passa a visitare i cavoli e le zucche nell'orto, controlla come stia la verdura che ha bisogno di cure più dei malati. Le piace la terra, e ogni volta che andiamo a trovarla mi racconta dei sui fiori, degli insetti che ci ronzano intorno o della pioggia che li inzuppa. E' una donna allegra, ci sente poco ma ormai il rumore delle parole le entra dagli occhi.

Arriviamo un sabato mattina, la troviamo indaffarata a togliere le erbacce dal viale che porta al parco giochi. Ci parla un dialetto strettissimo che qualche volta le incastra le consonanti nella dentiera.
Ci dice che nel quartiere ogni sera arrivano dei nuovi ragazzi, gente brava, ci assicura, si mettono attorno al tavolo da pic-nic a chiacchierare, come si faceva una volta. Intanto va a prendere un sacchetto e sradica quattro cipolle grosse quanto un pugno.
Continua raccontando che i ragazzi arrivano a gruppetti, si chiamano con il cellulare e si aspettano vicino all'entrata, saranno in quindici e usano il camino senza farci le braciole.
Io e Marco ci guardiamo un po' perplessi, ci chiediamo quale sia il senso di un barbecue senza il fuoco, così ci avviciniamo facendo finta di niente. Zia Erminia ha il fico da mostrarci che è pieno di calabroni e ci fa abbassare le teste.

Il camino è particolarmente ordinato, ci sono le cesoie da un lato e un paio di guanti dall'altro. Nel mezzo svetta un bong in erezione, lungo e impertinente si finge complemento d'arredo, sperando che nessuno ci faccia troppo caso. Sto per scoppiare a ridere ma Marco mi intercetta e mi ordina di tacere aggrottando le sopracciglia.
Intanto zia Erminia ci dice che non capisce a cosa servano certi marchingegni, ma l'importante è tenere tutto pulito, i ragazzi sono bravi e quando lasciano lo sporco ci pensa lei a lucidare il tubo di vetro. 
Loro la ringraziano.
Marco sgrana gli occhi, prende la zia sotto il braccio e torniamo in giardino.
Le dice che in fondo i ragazzi sono giovani, possono arrangiarsi da soli, e che sta arrivando il freddo è meglio che non prenda colpi d'aria.

Quando saliamo in macchina comincia a brontolare che certe cose ai suoi tempi si facevano meglio e mi fanno ridere i suoi trentun'anni, quando il passato era migliore si smette di crescere e si comincia a invecchiare.