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giovedì 3 marzo 2016

Lascia o raddoppia

Una delle mie amiche più care per un certo periodo mi chiamava la zingara. Avevo rivoluzionato la mia vita più o meno all'improvviso, diceva che da persona metodica e moderata ero diventata scatenata e incostante. Io credo invece di essere più che altro una persona drastica, quando cambio mi rivolto come un calzino, senza pensare più a quello che ero prima. Ho chiuso relazioni, tagliato i capelli, cambiato amici solo dopo averci riflettuto in silenzio e credo che i cambi di rotta mi abbiano sempre e comunque salvata.

Questo blog esiste dal 2011. Ogni tanto ci pensavo a chiuderlo, mollare tutto e smettere di raccontare agli altri pezzetti dei miei pensieri. Credo che il Pesce Volante abbia funzionato proprio perché mi son sempre ripetuta di non avere nessun obbligo nei suoi confronti. Scrivo solo quando me la sento, se passano periodi di silenzio amen. Così mi dico che forse chiudere non sarebbe un'idea brillante, forse devo solo rinnovare un po' i colori, cambiare i vestiti e  avere il coraggio di diventare un po' più adulta. 
Il mio blog mi ha portato a stare meglio, mi sono capita di più e ho conosciuto persone lontane che altrimenti non avrei mai incontrato.

Quando sono andata a convivere avevo una paura boia di lasciare la mia casa: adesso che l'ho fatto ho  una casa in cui sto bene e un'altra in cui ritorno volentieri.

Oggi è una giornata piena di vento. Col vento dormo meglio, il vento distrugge, spazza via le nuvole e porta Mary Poppins. Il vento mi assomiglia. Mi piace pensare di far tuffare il Pesce Volante nel suo nuovo mare in un pomeriggio come questo.
Grazie a tutti per avermi seguito fino a qui, se volete continuare da ora in poi mi troverete sul mio nuovo sito ilpescevolante.com

Ilaria

lunedì 22 giugno 2015

Ultimi aggiornamenti

Lo prometto, a me stessa e a chi sono mancata: da venerdì torno a scrivere con regolarità anche qui. Questa è l'ultima settimana in salita, domani esami di letteratura e linguistica; giovedì fuochi d'artificio con storia e geografia. Incrociamo le dita.
Nel frattempo eccovi un piccolo racconto uscito oggi su Grafemi, sito letterario del buon Paolo Zardi. A presto!

martedì 7 aprile 2015

Il dolore

Come ogni aprile che si rispetti prendo una bella influenza intestinale e mi terrorizzo. A consolarmi ci pensa mia madre. Mi dice le cose che allontanano i cattivi pensieri, che mi crollano addosso con un attacco di ipocondria che mi riporta alle scenette che facevo quando avevo la veneranda età di anni due.

Per la cronaca: finché scrivo sto sgranocchiando le gocciole, forse a chiamarla influenza intestinale ho un tantino esagerato. Ma ho letto un libro che mi ha scombussolata tutta, vuoi lo stress, vuoi il cambio di stagione, vuoi che Marco Peano ha aperto uno squarcio all'improvviso, faticoso da ricucire subito.

L'invenzione della madre è un romanzo che parla di cancro.
Non ricordo di aver mai letto niente di simile, perché in genere la morte nuda, raccontata senza finzioni si evita anche nei libri. 
Un figlio e un marito assistono l'unica donna di casa. Una metastasi la costringe a letto, perde coscienza a poco a poco, fino a spegnersi un giorno di gennaio. Mattia, il protagonista, è un ventiseienne come tanti, lavora in una videoteca, ha una ragazza a cui vuole bene ma che non ama, gli piace il cinema.
Si prende cura di sua madre ogni giorno, parla coi medici, cambia i pannoloni, somministra la morfina, fa tutto quello a cui il cancro costringe, il tumore di sua madre presto diventa la sua vita.

Peano ha una scrittura asciutta che racconta senza retorica il dramma quotidiano di chi si prepara a lasciare qualcuno per sempre. Lacerante e bellissimo il romanzo autobiografico è estremamente concreto: non si prova empatia perché si raccontano dei sentimenti, ma si provano sensazioni forti perché la minuzia della narrazione ricostruisce alla perfezione intorno al lettore il mondo di Mattia, la fatica e il dolore.

Cosa farei io se fossi al suo posto? Come affronterò la morte dei miei cari -nella mia famiglia di cancro sono morti praticamente tutti- come riuscirò a vivere la mia fine e la fine del mio mondo, salutando gli amici che se ne vanno?

Me lo sono chiesta spesso in questi giorni, e la mattina appena sveglia mi è mancato il respiro. L'invenzione della madre è un libro che dà vertigini. E' una lettura difficile, da affrontare un po' alla volta finché le cose vanno bene. E quando andranno male, pazienza.

domenica 7 settembre 2014

Luce

Sotto la finestra si aggrovigliano i rovi. L'erba cresce a ciuffi cercando di farsi largo e trovare un varco, nessuno ha colto le more che sono rimaste ad aspettare sotto la pioggia diventando sempre più scure. Più in alto, intorno al fico, ronzano i calabroni. Si aggrappano ai frutti maturi che pendono dai rami stanchi, la vite si è attorcigliata all'albero e lo stringe.
Dietro le piante iniziano i campi, c'è profumo di fieno, starnutisco un paio di volte. Poggio la tazza dentro il lavello, sento tre spari uno dietro l'altro: si cacciano gli uccelli, è cominciato l'autunno.

L'unico cane che non siamo riusciti a tenere si chiamava Luce, le piaceva scappare.
Era un setter bianco e nero, il corpo affusolato le serviva per correre veloce in mezzo ai prati, saltava il cancello, attraversava la strada e poi via, correva verso il bosco e poi ci entrava, si tuffava dentro i cespugli e in mezzo al fiume, senza fermarsi. 
Noi provavamo a starle dietro.
Io e Serena la seguivamo col fiato grosso e le scarpe sporche, è così che abbiamo imparato a fischiare con le dita, gridavamo Luce, e lei ritornava per finta, si faceva vedere e spariva di nuovo, come fosse stato nascondino.

Le piacevano soprattutto i tacchi e i cellulari.
Quando riuscivamo a farla rimanere in casa fingeva di dormire, solo quando era sicura che nessuno la stesse guardando strisciava in una delle nostre camere e prendeva il primo telefono che trovava su un comodino.
Rosicchiava lo schermo, la tastiera e tutto quello che sapeva di plastica. Come i telecomandi, i tablet, le punte delle mie ballerine rosse o il primo smartphone di mio padre.

Del giorno in cui abbiamo dovuto restituirla mi ricordo solo che abbiamo pianto tutti. Né i guinzagli né gli educatori erano riusciti a risolvere il problema: è affetta da randagismo, ci avevano detto i veterinari, non ci potete fare niente.

Di Luce nessuno parla più perché una storia triste. 

Credo che qui le sarebbe piaciuto e adesso che è arrivato l'autunno vorrei vederla tornare, all'improvviso. Sfrecciare in mezzo all'erba tagliata e impigliarsi dentro i rovi pieni di more, ad aspettare che apra la porta per asciugarle le zampe, piene di mondo.


martedì 2 settembre 2014

Buone notizie

Sono tornata sana e salva dal viaggio alla Maddalena: prova aereo superata.
Convivere mi piace, anche se già teniamo una finestra sigillata perché sul vetro si è appiccicata una locusta e nessuno ha il coraggio di schiacciarla, Marco ha fatto gli incubi.
In dieci giorni dovrebbero installare sua divinità l'adsl: non sto pubblicando il pesce per mancanza di linea, non di voglia.
E per concludere in bellezza, il mio spettacolo Il ciclo debutterà a Milano il 6 e il 7 novembre all'Alta Luce Teatro per la rassegna 2014-2015. Ci saremo io, la bravissima Laura Serena e il registissimo Lorenzo Maragoni.
Siateci! Vi aspettiamo.


mercoledì 23 luglio 2014

Fuoco d'artificio

Mi prende la mano come fosse un'erbaccia da strappare dalla terra, mi dice, vieni, ti devo mostrare una cosa.
Cammina a testa bassa, con un cappellino rosso che gli ripara gli occhi dal sole, occhi liquidi e pieni di domande perché il mondo l'hanno visto poco.
Daniele ha i piedi piccoli e il passo svelto. 
Sono preoccupato, continua.
Per cosa? Gli chiedo.
Mi indica un gruppo di bambini accovacciati in cerchio in un angolo del cortile. Nessuno mi bada, mi unisco al gruppo ed è come se ci fossi sempre stata.
Prendi dell'acqua, mi ordinano, le lumache sono animali acquatici. 
Al centro c'è una chiocciola che striscia lasciando la bava. I bambini le mettono davanti il palmo per farle cambiare tragitto.
Lasciatela in pace, dico io.
E' la più fortunata, mi rispondono loro.

Si alzano all'improvviso e mi portano vicino alla pozzanghera, ci sono quattro chiocciole frantumate, il corpo molle luccica al sole e rattrappisce.
Stavamo facendo una corsa di lumache e questa è l'unica che ha vinto. Le altre le abbiamo uccise, mi spiegano.
Prendono la chiocciola e la posano sull'erba. Poi si avvicinano ai tentacoli e cominciano a gridare. Hanno voci che pungono, mi danno fastidio. 
Vogliamo capire se le lumache hanno le orecchie, ma ci sembra di no.
Prendo la bestiola e la infilo dentro la siepe. Andate a giocare a calcio e smettetela. 
Loro annuiscono e corrono a prendere i palloni. Solo Luca mi chiama stronza e mi pianta il muso.

Più tardi controllo che tutto vada bene. Daniele è in porta, para i colpi unendo gli avambracci, Giovanni tira con forza, il corpo si piega, il pallone si solleva e vola a rete. Qualcuno esulta, Giacomo sputa.
Sopra le montagne le nuvole si gonfiano, così anche il sole si inzuppa e l'aria diventa umida.
Arriva Luca si prepara davanti alla porta, è senza pallone, Daniele lo squadra.
Luca prende qualcosa dalla tasca, lo lancia in alto e brilla prima di ricadere. 
Quando capisco è già tardi.
Luca calcia la chiocciola che esplode e si sparpaglia, un fuoco d'artificio.
I bambini intorno ridono e applaudono. Due arrivano facendo la sirena dell'ambulanza.
Adesso abbiamo abbastanza lumache per costruire un cimitero, mi dicono. Cercane altre che intanto seppelliamo queste.

sabato 12 luglio 2014

Südtirol

Colazione a buffet.
Prendiamo: latte di capra, latte di soia, succo di mela, uova strapazzate, pancetta fritta, spek, pane nero, burro, marmellata di mirtilli, yogurt, melone, datteri, dei semini rossi non tanto buoni ma che fanno bene alla salute, brioches, caffè. Mangiamo tutto lasciando di stucco la coppia al tavolo a fianco, due trentenni che parlano tedesco, non sappiamo se austriaci o altoatesini, dettaglio fondamentale visto che ogni volta che ci controllano i piatti, e lo fanno spesso, Marco li insulta non tanto a bassa voce.

In Südtirol ci siamo arrivati dopo aver chiuso le chiavi della macchina dentro il bagagliaio, abbiamo dovuto chiamare l'elettrauto.

Durante il tragitto decidiamo di spezzare i tornanti con un caffè in una pensione in mezzo al bosco, un bosco di abeti scuri che riempie di tristezza solo a guardarlo. Vicino al bancone un vecchio senza denti gioca con una trottola, la fa girare dentro un quadrante di legno, deve colpire delle palline colorate e mandarle in una delle quattro buche agli angoli.
Ci serve una barista con le unghie colorate di azzurro, della stessa tinta di un fiore di panno che le ferma la coda. In mezzo al niente il brutto del mondo sembra ancora peggiore.

Il paese in cui soggiorniamo invece è sopra le nuvole. Le attraversiamo e poi le guardiamo dall'alto, sembrano le matasse di polvere sotto la mia libreria.
In albergo ci infiliamo l'accappatoio e lo togliamo solo per mettere la tuta o il pigiama, Marco si adatta subito al concetto di vacanza wellness, la pigrizia gli calza a pennello, soprattutto quando è in bagno. Se lui è in cova a me tocca farla nella toilette della reception, tanto sei una persona adattabile e io finisco la partita contro la Roma, mi dice.
Gli piacciono i videogiochi.

A cena il vino non è compreso.
I nostri vicini scelgono una bottiglia costosa, che centellinano e lasciano sul tavolo piena a metà.
Quando se ne vanno gli occhi di Marco smettono di guardarmi. Fatica a seguire quello che gli racconto, mi dice sempre di sì e fissa il cabernet abbandonato come fosse Claudia Schiffer.

Non osare gli dico.
Solo un bicchiere, cerca di convincermi.
Non mi convince.

Arriva il cameriere  per portarci via il piatto, è un uomo biondo con la mascella importante. Potrebbe fare il soldato o il pilota di aerei, invece ci informa che i dolci sono a buffet, siete tra gli ultimi, dovete controllare se è rimasto qualcosa.
Lo stiamo per ringraziare quando aggiunge.
Sapete, i nostri ospiti quando arrivano qui si comportano come se non mangiassero da mesi.
Ride.
E' cordiale.
Ma io mi sento la coscienza sporca, il sangue si raffredda e il respiro ha un tonfo. Penso al vino e alle nostre colazioni -forse più simili a pranzi di natale- e vorrei diventare una briciola di pane e sparire.
Arrossisco e rimango impalata al mio posto.
Marco invece si è già alzato.
Mi scusi, dice al cameriere, allora dobbiamo muoverci perché sa, noi siamo esattamente così.

E in effetti facciamo il doppio giro.

giovedì 22 maggio 2014

Giorgio Fontana

Comincio a parlarvi di Morte di un uomo felice partendo da un dettaglio frivolo e completamente irrilevante: Giorgio Fontana è un uomo bellissimo.
Detto questo. 
Ricominciamo.
Morte di un uomo felice è un libro che, assieme al precedente Per legge superiore, forma un dittico che parla di giustizia. O meglio, di come il sentimento di giustizia possa essere coltivato e vissuto. I protagonisti sono due personaggi speculari, Giacomo Colnaghi, un magistrato, e suo padre Ernesto, un partigiano. La trama, lo sapete, non sarò io a raccontarvela.
Mi interessa di più farvi capire perché il lavoro di Fontana è importante.

Premetto che all'inizio pensavo fosse solo un libro scritto con diligenza da uno scrittore caparbio, ma non particolarmente dotato: dialoghi poco credibili, e uno stile nebbioso, grigio come le pianure in inverno.
Mi annoiava.
Prima di lui avevo letto un gioiellino di Roth e il suo libro a confronto mi pareva scialbo. Proseguivo la lettura soltanto per una discussione iniziata col mio fratellissimo Scandolin, lui l'aveva definito da subito "molto bello" e volevo fargli cambiare idea.

Ovviamente è successo il contrario.

Morte di un uomo felice ha un motore diesel. Parte con calma e acquista velocità gradualmente, sempre di più, fino a superare tutti con un sorpasso poderoso.
Il linguaggio piano non dice più di quello che dovrebbe dire. E' simile a quegli uomini di una volta coi baffi e che parlano poco.

Giorgio ha saputo scrivere qualcosa che va al di là della scrittura stessa e che rimane a prescindere dal come.
Mi ha preso in contropiede facendomi sentire superficiale, ho giudicato troppo in fretta, come fa la maggior parte della gente abituata a sentirsi tradita e alle impressioni veloci. Morte di un uomo felice è un libro che riesce a dare consistenza al nostro paese gracile, mi sono chiesta se riuscirei a fare altrettanto.

Scandolin aveva ragione.

L'autore è uno scrittore coerente, che ha scelto di narrare con una serietà semplice la complessità del farsi giustizia: il suo lavoro ha radici profonde che lo fanno germogliare con garbo.
Quello di Fontana è un buon libro, che non ha bisogno di fuochi d'artificio, né di troppi due punti*.
La dignità del suo raccontare si imprime sul lettore che ha fiducia, così che Morte di un uomo felice ha la bellezza rara di una promessa mantenuta.



*soprattutto in Per legge superiore Fontana ce li infilava dappertutto

giovedì 15 maggio 2014

La perfetta coniugazione.

Ristorante, fase premestruale.

Eri, ultimamente, non so, mi sento strana. Insoddisfatta credo. Anzi no, ho paura. Uscire di casa mi spaventa tantissimo, perché sai, comincio a confrontarmi con l'idea di eternità. E mi domando, riuscirò a stirarmi le camicie, condividere un bagno con Marco -che diventerà più suo che mio- prendermi cura di me stessa e degli altri per tutta la vita che mi rimane? Se ci pensi non ho ancora trent'anni, e per la prima volta mi sento così giovane, che fretta c'è?
Per sempre è per sempre. E infondo a casa mia sto benissimo. I miei li adoro.
E poi.
Come farò senza tutti i miei animali e senza il giardino? Perché lo sai, a me piace vivere con le bestie e in un mini-appartamento potrei tenere al massimo un canarino.
Marco è allergico ai gatti. Ho già pensato che dovrei comprarmene uno senza il pelo e sono orribili, mi è venuto da piangere.
Erika, non sono mammona, non dire così. E' solo che sono un po' in crisi. 
Anche con me stessa, credo.
Mi chiedo, come farò a trovare il tempo per scrivere con un lavoro e una casa da gestire? Ho pensato anche che forse una famiglia non è il mio destino, perché se non scrivo muoio. Mi sa che vivrò in un letamaio.
Ti dico, a me non pare proprio di ingigantire i problemi, anzi.
Però sono  anche stufa dei passatempi del cazzo. 
Tipo, ok che andiamo al bar e a negozi. Ci sta. Ma insomma a un certo punto basta, mi annoio. Ci sono anche altre cose belle nella vita. Tipo i nostri amici. Secondo me li vediamo troppo poco e anche questa cosa mi terrorizza.
Passare una vita vedendo soprattutto gente del paese, ok ci divertiremo un sacco, ma capiamoci. Io sento la mancanza dei nostri amici intellettuali. Lo sai come sono. Mi piace parlare di libri, di cinema, di scrittura. Ho bisogno di discuterne, altrimenti soffro. E mi sento male, perché tradisco la mia natura...

E a questo punto prende la parola santa Erika, che mi ha ascoltato con la pazienza di una martire, bevendo sorsate di Sprite e attorcigliando una ciocca di capelli con le dita.
Amica, mi dice, stai tranquilla, te la sei sempre cavata benone, stai solo diventando adulta. E poi sulla scrittura che problemi ti fai? Uno, intellettuale, o lo è o non lo è.

E' allora che dio mi punisce. Probabilmente anche lui ne aveva le palle piene di sentirmi blaterare. La guardo negli occhi e con aria saccente le rispondo, bè, Erika, è ovvio: io lo è.

Ecco.

Credo che per me sia arrivato ufficialmente il momento di starmene zitta, meglio tornare a scrivere, che dopo un mese sabbatico questo blog è cominciato a mancarmi davvero.

domenica 13 aprile 2014

I naufraghi

Dentro il mercato le persone sono belle, somigliano ai bottoni con cui giocavo da bambina, mia nonna li teneva dentro una scatola di latta e non ce n'era mai uno di esattamente uguale all'altro.
Ci sono donne arabe coperte da veli che toccano la strada, solo gli occhi si intravedono da una fessura, mi chiedo come facciano a non inciampare. 
Dalle carrozzine bambini nuovi e disabili accartocciati guardano sorridenti i banchi di frutta che in questa stagione cominciano a colorarsi. Penso a come sarebbe la vita a vendere fiori.
Io e mia madre andiamo a comprare la frittura di pesce, dobbiamo attraversare il centro a piedi, ci fermiamo a guardare le bancarelle e qualche volta compriamo una maglietta o magari un pesce rosso da mettere nello stagno in giardino. 
Intorno c'è rumore di cucchiaini, fa abbastanza caldo e i bar tengono le porte spalancate, così l'odore di brioches si sparge sulla strada. Mi viene fame subito, anche se per colazione ho mangiato la pastiera. 
Un uomo senza gambe chiede l'elemosina trascinandosi su uno skateboard. Finché è voltato un ragazzino lo indica a suo padre, poi lo scopre da davanti, così arrossisce e scompare.
Sotto il duomo mia madre mi tira il braccio. Ho trovato un bellissimo regalo che vorrei comprarti, mi dice, lo prendiamo?
Alzo la testa e vedo un ombrello di Peppa Pig a spicchi rosa e bianchi. Le ricordo che ho ventotto anni e non sono treenne da almeno un quarto di secolo.
Lei mi risponde che è appunto per questo che sarei simpatica più degli altri. Non mi convince.
Ci mettiamo in fila per i calamari e i gamberi fritti e ci serve una donna che non capisco bene se è un uomo. 
Tutta questa confusione mi fa sentire allegra, dentro questo mare di gente ogni naufrago può essere salvato.

mercoledì 29 gennaio 2014

Cronaca allegra di un sabato pieno di panico.

Apro gli occhi e lo stomaco si chiude. Mi aspetto di vomitare almeno un paio di volte e invece no. La paura fa colare giù per l'intestino tutto quello che mangio, devo correre in bagno abbastanza spesso, tanto da avere il sedere irritato a fine giornata.

Per chi non lo sapesse sabato scorso ha debuttato in teatro il mio primo spettacolo. Ne scrivo soprattutto per quel somaro di mio zio che non è riuscito a venire e poi mi manda gli sms chiedendomi di parlarne qui sul Pesce.

Pioveva, pioveva tantissimo.

Arriviamo a Padova che le prove non sono ancora iniziate. Laura, l'attrice, si è lisciata i capelli, ha un po' di raffreddore e gli occhi concentrati. Parla da sola. Ha la voce fumosa, da contralto. Ripete il monologo e fa gli esercizi per scaldare la gola. Intanto gli altri montano la scenografia, che vedo per la prima volta ed è esattamente come Lorenzo me l'aveva descritta. Lo scenografo, Alberto Nonnato, se fosse un albero sarebbe un cipresso. Alto e silenzioso, mi stringe la mano con delicatezza e io mi sento eccessiva.
Parlo parecchio per esorcizzare la paura, che deve uscire in qualche modo, visto che non ho più un water a disposizione.

Decidiamo di andare in albergo e lasciare gli altri concentrarsi come si deve. In camera faccio una capriola sul letto matrimoniale come mi capitava da bambina. Svuoto il beauty case sopra il comodino e mi accorgo di non aver portato il fondotinta, grave mancanza, visto che intorno al mento è comparsa una costellazione di ponfi piuttosto evidenti. Se ancora non l'aveste capito tendo a somatizzare.
Parecchio.
Mi faccio un bel pezzo di strada sotto il diluvio per andare a ricomprarlo. Quando rientro mi butto sotto la doccia, cerco l'asciugacapelli in valigia. Non c'è, ma ritrovo il fondotinta vecchio.
Mi pare giusto.

Ci prepariamo e andiamo a mangiare da Paola che, secondo tradizione, ci cucina mezzo chilo di amatriciana piccante come facevamo all'università quando eravamo coinquiline. La birra alleggerisce i pensieri e cominciamo a prenderla in ridere. Arriviamo in teatro col cuor contento, un pochino troppo. Quando apro la porta e scopro la folla che aspetta, mi si ghiacciano i polmoni e divento di pessimo umore.

La postumità effettivamente può essere una misura drastica, ma efficace, per gli autori che come me soffrono di asocialità acuta.

Lo spettacolo inizia che il mio cuore corre all'impazzata. Si calma quando il pubblico comincia a ridere, con la coda dell'occhio controllo Lorenzo, che in regia traffica col mixer. Laura si trasforma e incanta. Alberto mi fa l'occhiolino e un cenno con la testa, sta andando tutto bene. Davanti a me c'è un uomo che continua a tossire e che a metà spettacolo ha la brillante idea di scartare una caramella facendo un sacco di rumore. Gli staccherei la testa con un destro a tradimento.

Il finale arriva presto con un sospiro di sollievo.
Ci sono gli applausi, mi costringono ad andare a prenderli sul palco, insieme all'attrice e al regista. Mi tremano un po' le gambe e non capisco più niente.

Poi è stato un carnevale e scrivere è ancora più bellissimo.


mercoledì 15 gennaio 2014

Tre minuti

Salgo sul ring dopo un'ora abbondante di allenamento che mi distrugge le spalle e rende difficoltoso il respiro.
Più decentemente combatto meno pietà hanno i miei avversari, che in quanto unica donna hanno sempre avuto il buon gusto di andarci piano. Io mica tanto, nel senso che come moscerino ho sempre cercato di infastidire il più possibile i miei giganti, buoni e pazienti, qualcuno mi fa lo sgambetto qualche altro diventa rosso quando lo guardo negli occhi.
Salgo sul ring e dopo un anno e mezzo di flessioni le mie braccia sono diventate robuste, il pugno veloce. Riesco a chiacchierare anche col paradenti, sbavando un po', ma tanto sbavano tutti.
Suona il campanello e cominciano i tre minuti: dobbiamo darcele di santa ragione, per finta, di solito. Sono particolarmente gasata e dopo i primi diretti parati con destrezza o più probabilmente, particolare fortuna, vado a segno con un jab sul mento del nemico, che comunque ha il caschetto e viene ferito solo nell'orgoglio.
Smetto di essere femmina e cominciano i colpi veri.
Cerco di muovermi il più possibile, come ogni volta mi ricorda di fare l'allenatore, per stancare l'avversario e metterlo all'angolo. Il dettaglio che uno non considera è che più si fa stancare l'avversario più ci si stanca.
Sento i polsi diventare di piombo, fatico a tenerli alzati per coprirmi il viso. Non ho neanche il tempo per pensarlo che il mio avversario mi tira un gancio sulla mandibola, sento la faccia ruotare e il collo schioccare come i gusci di noce. Capisco l'utilità degli esercizi alla cervicale, che ho sempre snobbato perché poi mi viene la nausea.
In bocca ho un sapore di ruggine, tre minuti sembrano un'eternità, qualche volta.
Mi lascio prendere dalla stanchezza e di conseguenza mi becco un altro destro, sugli occhi questa volta. Non mi fa male, ma comincio a lacrimare come se piovesse.
Sono solo corpo, non ci sono più i libri, le considerazioni, le opinioni, il passato e il futuro. Mi sento viva.
E finalmente mi do una svegliata.
Paro i colpi e mi accorgo che il mio nemico usa una sequenza ripetitiva. La imparo a memoria, così la blocco. Riesco ad aprire la strada con un diretto sinistro e a piazzare il più bel gancio della mia breve carriera di pugile. Prendo il mio gigante giusto sull'orecchio, lo stordisco e con un impeto di coraggio - o totale incoscienza- punto il fegato.
Mi piego sulle ginocchia, divento piccola e mi catapulto in avanti.
Gli entro così bene nel ventre che un po' mi dispiace. Dura poco. Vengo travolta da altri due compagni che si stanno esercitando sopra il ring, mi investono come un treno ad alta velocità. Non si accorgono di niente. Mi busco una spallata fuori programma che mette ko la mia spavalderia.
Mi scanso e invoco la campana per attaccarmi agli elastici e farla finita. Anche il mio avversario ha gli occhi stravolti, gli dico e se la smettessimo un po' prima?  Uso le ultime energie per un occhiolino di disperazione. Funziona.
Si toglie i guantoni, si asciuga il sudore.

Se non diventerò scrittrice sapete dove trovarmi.

lunedì 23 dicembre 2013

Uno spettacolo

In spiaggia sette anni fa ho conosciuto uno che ho sospettato subito. Vorrei fare l'attore, mi aveva detto. Io la scrittrice gli avevo risposto. Quando la sera abbiamo cantato al karaoke davanti a una platea di crucchi ammollati a bordo piscina ho capito che probabilmente ci sarei potuta andare d'accordo.
Riassumo così i nostri sette anni: io ho continuato a scrivere, lui a recitare. Si è diplomato all'Accademia del Verdi e poi è diventato regista. Questo novembre ha debuttato allo Stabile del Veneto, insomma in spiaggia nessuno dei due aveva raccontato cazzate.

Non mi ricordo bene come me l'abbia chiesto. E nemmeno voglio tirarvela tanto lunga. Siamo andati a fare colazione una mattina calda che io avevo i capelli corti e una canotta a righe arancioni.
Facciamo uno spettacolo insieme, mi dice, scrivi qualcosa di bello e poi io lo metto in scena.
Lo sospetto ancora, perché al teatro credo fino a un certo punto, ho sempre preferito il cinema. Lo stesso pomeriggio però sotto la doccia mi viene un'idea geniale: ho la storia, sicché accetto. Gli dico, va bene, basta che tu mi compri il vestito da mettere alla prima (Lorenzo, te lo ricordo).
Lui mi dice, ok.

E insomma, scrivo lo spettacolo che non ho nessuna intenzione di raccontarvi perché assolutamente dovete venire a vederlo.
Segnatevelo, sabato 18 gennaio ai Carichi Sospesi di Padova, un teatrino piccolo piccolo ma davvero all'avanguardia, esce Il ciclo di Ilaria Vajngerl e Lorenzo Maragoni.

Ecco solo a dirvelo mi prende l'agitazione.

A recitarlo sarà una sola attrice, Laura Serena. E' veramente bravissima e non lo dico perché recita quello che ho scritto, cioè, anche. Diplomata al Piccolo di Milano, è impegnata in diversi lavori, recentemente ha recitato in Sior Tita Paron, uno spettacolo dello Stabile del Veneto che rinfresca e vivifica la drammaturgia dialettale, che finalmente non è più un fardello noioso per leghisti nostalgici, ma una vivace messa in scena che coinvolge e diverte senza sapere di stantio.

Quando l'ho conosciuta mi è piaciuta subito. E ragazzi, si è formato un trio che concedetemelo, spacca i culi. Ci capiamo alla perfezione, siamo diventati degli ingranaggi di una macchina che cresce. Per me che scrivo è emozionante vedere un personaggio prendere vita, è come aver fatto nascere una persona.

Ovviamente sono anche terrorizzata, continuo a sognarmi che qualcosa vada storto, magari Laura si dimentica le parole oppure crolla il palco, ma Lorenzo mi ha detto che è normale, benvenuta nel mondo del teatro.

Ecco dunque, mi appresto a concludere.

Parenti, amici, conoscenti e amati lettori. Siete tutti invitati sabato 18 gennaio 2014 alle 21.30 a vedere Il ciclo. Io, Lorenzo Maragoni e Laura Serena vi aspetteremo ai Carichi Sospesi di Padova, per il primo nostro spettacolo, insieme. Prenotate il biglietto.

Noi intanto incrociamo le dita, che dio ce la mandi buona.


giovedì 17 ottobre 2013

Le letterine

In viaggio verso Padova, treno. Temperatura interna 28 gradi, fuori è una bella giornata autunnale, lo sbalzo termico liquefà istantaneamente tutto quello che ho nello stomaco, per sicurezza mi siedo vicino al bagno.
Leggo, tanto per cambiare. Leggere in treno è una delle cose più rilassanti che ci sia. Fino a quando arrivano loro.

Due ragazze di ventidue anni, una coi capelli rasati sul lato destro, l'altra con gli occhiali da sole grandi come schermi di un televisore, non se li leva mai. Parlano a voce altissima, chiudo il libro e lo rimetto in borsa, tutto il treno si ferma ad ascoltarle.

-Eh, Giulia, mi sono iscritta a Storia del melodramma. Un vomito che non ti dico!
-Lo so, lo so. Fate Metastasio?
-No, no. Magari. Mozart. Fa cagare.
[dice cagare scandendolo bene, il bigliettaio si volta, io mi vergogno per loro. Una delle cose che voglio fare prima di morire è cantare il Requiem di Mozart, che adoro]

-Io invece ho deciso dove farò la specialistica, Bologna, dice l'altra. Non è che abbia visto la facoltà, sono stata in giro con un mio amico e abbiamo bevuto tantissimo, a Bologna si beve tantissimo, così cambio università. E poi faccio il Ditals e vado insegnare all'estero.
-L'ita? Fa la regina della notte. Che cazzo è l'ita?
-Bah, una cosa con cui insegni  l'italiano in tutto il mondo.
[illusa]
-L'unica cosa che spero, è che non mi mandino ad Addis Abeba. Oddio mi piacciono i negri perché sono messi bene e magari ci andrei, però non vorrei presentare il curriculum in Francia e poi ritrovarmi in Congo.
-Addis Abeba non è mica in India?
-No, risponde l'altra. E' la capitale del Congo.
[Etiopia, dio la madonna, Etiopia]
-E insomma, prenderò il Ditals e me ne andrò da questo paese di merda. All'estero col Ditals ti prendono ovunque.

Decido di intervenire. Guardate, sono laureata in lettere, ho il Cedils, che è la stessa cosa del Ditals, non funziona esattamente così...

Mi prendono in simpatia e alzano ancora di più il volume della voce.

-Che bello, mi dicono, e in cosa ti sei laureata? Io la tesi l'ho scritta in 28 giorni, ho scelto un prof che neanche l'ha letta, ci ho messo di più a prendere il treno per portarla in segreteria che a scriverla.

[Penso all'anno di ricerche piegata sui libri a martellarmi il cervello e non so chi delle due sia stata più cretina]

Poi l'altra mi guarda e mi chiede. 
-Non so se ti capita di pesare con chi di loro andresti a letto...
-In che senso, chiedo io, parli dei professori?
-Ma noooo, mi dice lei, degli scrittori! Io ad esempio mi farei Alfieri, dev'essere stato un porco assoluto, ci penso sempre quando lo studio. Un porco come me.
[ok, ho deciso chi è la più cretina]
E continua.
-Tipo che Leopardi non me lo farei mai, lo lascio alle seghe con Silvia. Ugo invece, avrà scritto anche i Sepolcri, ma era un avventuriero. Mi farei tutto il Kamasutra con Foscolo, poi probabilmente scapperebbe. Ma chissenefrega in fondo, no? Siamo giovani!
[Ugo Foscolo: 1778-1827, definiscimi il concetto di siamo e poi quello di giovani]
-Ti sei mai fatta un professore? mi chiedono. Dicono che gli assistenti abbiano un mazzo tanto.

Io credo che ieri diversi letterati si siano rivoltati nella tomba. Per un attimo le vedo fra vent'anni, a ricreazione, a guardare il sedere dei loro allievi. Ti sei mai scopata un alunno?
Mi chiedo perché la parola selezione in Italia faccia paura. Perché sia permessa solo nelle scienze. Penso a noi, futuri insegnanti di lettere, ammucchiati a prenderci a scazzottate per una cattedra, magari usciti tutti con il centodiecielode. Tanto le tesi si leggono solo se capita.
Se ci fossero i benedetti test di ammissione e più bocciature durante il percorso, forse adesso il ministro della pubblica istruzione non dovrebbe perdere tanto tempo a inventare clausole per non farci accedere ai concorsi pubblici, visto che siamo in troppi.

Quando ci salutiamo mi baciano e mi dicono,

-Ciao, aggiungici su facebook che così possiamo condividere le nostre vite di LETTERINE!

[Statene certe. Ciao ciao, good bye]




lunedì 29 luglio 2013

L'età del gambero

Dawa in swahili significa magia, star bene. In Italia la Dawa è l'associazione fondata da Cecile Kyenge, che promuove campagne di sensibilizzazione e integrazione fra il nostro Paese e l'Africa.
Non so se lo sappiate già, ma la Kyenge, prima di diventare ministro era medico, è specializzata in pediatria e oculistica.
Quando mi sono laureata ho scritto una tesi sugli eufemismi e tra gli altri ho dovuto studiare quelli legati al colore della pelle, un ambito delicato, soprattutto quando è da verificare sul campo, andando a parlare con la gente. Mi ricordo, c'era una domanda che chiedeva quanto si ritenesse normale la presenza di una persona di colore a svolgere una determinata professione. Solo i più giovani accettavano un nero come sindaco, era perfettamente normale che un "negro" potesse fare l'operaio, le pulizie, fosse prete o dottore. Professioni utili o sicure, socialmente accettabili perché prive di potere.
Gli italiani quest'anno hanno avuto, in piccolo, la loro Obama e hanno dimostrato al mondo, facendo un'ennesima figura di merda, di non esserne all'altezza, un Obama noi non ce lo meritiamo.
Calderoli la chiama orango, alcuni illuminati ad un raduno del Pd le tirano le banane, a Cesena i militanti di Forza Nuova inneggiano al No Ius Soli dipingendo di rosso tre manichini bianchi, l'immigrazione uccide, scrivono.
Ecco.
Io di loro mi vergogno.
Se andate su Fb e digitate Cecile Kyenge compaiono per primi i gruppi web omofobi come "Signora ministra C.K. fuori dalle palle" oppure "C.K. fuori dal cazzo" e così via. Ciliegina sulla torta la consigliera Padovana Valandro, che augura alla Kyenge che qualcuno la stupri, un magistrale esempio di  pericolosissimo dare aria alla bocca.

L'educazione civica nel 1958 è stata introdotta nelle scuole per volere di Aldo Moro. Nel 1996 è stata abolita, inglobata nelle lezioni di storia e di geografia. Risultato, sempre più cittadini hanno meno strumenti per capire la politica, sapere che la morale è necessaria e a volte può salvare dalla catastrofe. Che la modalità d'espressione di un'idea, perché ciascuno ha le proprie e così è giusto, determina la civiltà di un paese. La nostra mi pare l'Età del Gambero, torniamo indietro a momenti grigi, che non dovremmo più voler intorno.

Quando sarò ministro della pubblica istruzione, tra le infinite cose che dovrò sistemare, ce ne saranno due che avranno la priorità: reintrodurre l'educazione civica obbligatoria e inserire l'ora di imparare il silenzio.
I social media stanno abituando le nuove generazioni all'iper comunicazione, un opinione, un pensiero diventano uno status solo per il fatto di possedere un mezzo che li pubblichi.
Ecco. Cazzate.
Nell'ora di silenzio i professori dovranno insegnare l'arte di tacere. Si studieranno i concetti di intimo e di privato applicati alla vita quotidiana. Il talento è di pochi, si deve imparare a esser persone qualunque senza smania di continua autocelebrazione e non è mica facile a quanto pare.
Quando si è limitati è meglio mangiarsi una banana e starsene zitti piuttosto che tirarla addosso a qualcuno e rimanere stupidi con la pancia vuota, oltre al cervello.

lunedì 22 luglio 2013

La buca

Cade a terra un barattolo di perline ed esplodono nella stanza vivaci, devo essere sicura che nessuna si perda, conoscere traiettorie disordinate per frenare collisioni improvvise, inevitabili il più delle volte.
I bambini schizzano ovunque sotto il sole veneto che d'estate sembra pioverti addosso e ti incolla i vestiti facendoli puzzare troppo presto.
Sono quasi un centinaio.
Giocano a calpestare le api, muoiono tutte, qualcuna da eroe, su un piedino sventurato che la mattina ha scelto un sandalo invece di una scarpa con gli strappi. Un urlo squarcia il bel tempo, che improvvisamente si fa pieno di lacrime e di mamme lontane, il dramma più incomprensibile per uno che nella vita è semplicemente un figlio e un genitore è ancora la cosa più bella.
La testa mi fa prurito, pensavo fosse il sudore e invece potrebbero essere pidocchi, chi te lo fa fare, mi chiedi.
Tolgo il pungiglione con la pinzetta e sopra ci verso il disinfettante.
Adesso smette di bruciare, guardo il bambino tremare, con gli occhi gonfi di spavento, ti disegno la stella del coraggio e guarisci subito. La disegno con una bic nera, comprata in edicola per cinquanta centesimi. Nell'inchiostro c'è la polverina magica e sapete, funziona davvero. Comincio a raccontare di averla rubata alle fate, che la notte dormono sotto lo scivolo, ce ne hanno tanta sulle ali per poter volare, come le farfalle.
Tutti i bambini che ascoltano mi allungano il braccio per avere una stellina, poi la confrontano per stabilire quale sia la più potente. In ogni caso decidono di procurarsene dell'altra. Uccidono tutte le cavolaie che passano in giardino, per sicurezza anche qualche ragno.
Torno a casa coi vestiti incrostati di tempera e fango.

Lo sai, c'è una buca vicino alla recinzione, la scavano ogni giorno quattro bambini, sempre gli stessi, come se dovessero timbrare il cartellino.
Cosa state facendo? Mi inginocchio per guardare meglio, loro mi buttano una paletta e mi dicono aiutaci.
Scaviamo perché prima o poi troveremo l'acqua, poi i sassi, poi i dinosauri e dall'altra parte usciamo in Inghilterra, mi spiegano.

Ecco, mi hai chiesto chi me lo faccia fare. Quando mi immagino di poter arrivare a Londra scavando un buco, il mondo mi sembra ancora nuovo e ogni possibilità diventa percorribile.

domenica 7 luglio 2013

La muta

Verso sera, quando il sole sta per svenire dietro le montagne, salgo in macchina e abbasso i finestrini. Sopra i campi le rondini vanno a pesca di moscerini, rasentano l'erba tracciando cerchi concentrici.
Ho i capelli bagnati, si asciugheranno nel tragitto, guido con le gambe larghe per non farle appiccicare al sedile. 
In tre giorni ho cambiato colleghi, i fogli si sono trasformati in bambini, gli orari diversi mi mostrano parti di giorno che vedevo solo da una finestra oscurata della zona industriale.
Canto a squarciagola le canzoni di Maria Antonietta che ho imparato in ufficio, progettando campagne pubblicitarie che sono durate come la vita delle falene, un giorno solo e poi basta, si deve far nascere quelle nuove.
Mi sono ricresciuti i capelli, toccano le spalle. Il futuro va riprogrammato, ancora una volta. Oggi mi chiamano maestra, domani starò preparando il dottorato, forse.
Accelero ad ogni rettilineo perché luglio di sera è il mese più bello, sempre. Cerco di pensare il meno possibile.

Quanta pelle può perdere il serpente prima di cominciare a consumarsi?

domenica 30 giugno 2013

Un sospetto

Gli dico che ci hanno chiesto di andare a cena e mangiarci una coppa gigante di gelato, visto che fa caldo, visto che non abbiamo niente da fare e che sarebbe proprio una bella idea, ne avrei davvero voglia e Matteo e l'Isabella li vedo volentieri. Allora andiamo?

Sono le due. Marco gioca con le palline magnetiche di mio padre, mi dice mh, mh, va bene, rispondi tu e dì di sì. Poi si reimmerge nella costruzione di un cubo, l'encefalogramma disegnerebbe probabilmente una sequenza di mattoncini rossi, blu e gialli.

Per San Valentino gli ho regalato il motoscafo della Lego Technic. L'ha voluto montare subito, tu fai la cerca-pezzi, mi ha ordinato. Se vuoi che un uomo spenga il cervello punta sulle costruzioni, Meccano, Lego, va bene tutto.

Arrivano le sette. Stiamo per uscire. Prende le chiavi e mi chiede, ma dopo il gelato dove andiamo a cena?
Ceniamo con la coppa di gelato, te l'ho detto prima.
Gli si dipinge in faccia un'espressione di terrore, quella che fa  tutte le volte quando c'è di mezzo il cibo e qualcosa non gli va bene. E se non mangio abbastanza?
Prenditi la coppa più grande, gli rispondo.
Lui mi guarda con gli occhi lucidi, si siede sul letto. Sei proprio sicura di voler cenare col gelato? mi domanda.
Sì, lo sono.
Perché io non sono sicuro di averti detto di sì. Anzi, non mi ricordo proprio di avere sentito questa cosa. 
E aggiunge. 
Se mi vedi giocare con le palline devi sapere che non ti ascolto. Dovevi chiedermelo di nuovo quando avevo finito. E' colpa tua.

Mi metto le mani in tasca per non strangolarlo. Gli dico, mangio quello che vuoi. Ma adesso prendi il telefono e glielo spieghi tu a Matteo e la Lella.
Ci prova anche con loro, ma siete proprio sicuri di voler cenare con un gelato? Loro rispondono di sì, gli va buca.

Usciamo e lui fa un muso lungo che arriva fino in Sudafrica. Smette di parlare e rimane con la testa bassa. Lo prenderei a calci. Mi scuso con gli altri, lui si arrabbia ancora di più perché mi sono scusata per lui.

A metà serata un'ottantenne scappa dai figli e viene al nostro tavolo, mi posa la mano sulla spalla e ci dice che dobbiamo volerci bene, perché diventeremo vecchi e poi ci mancherà. Ci racconta della sua giovinezza, poi si dimentica di avercelo raccontato e inizia da capo. Rimane con noi per una buona mezz'ora, ascoltiamo la stessa storia almeno cinque volte.

L'altra sera siamo andati al ristorante. Marco era incerto tra la tagliata e il rombo. Io ho preso il rombo e lui si è lanciato di gusto, ma sì, dai che prendo rombo anch'io! Quando ci hanno portato i piatti e ha capito che il rombo era un pesce, si è spento all'improvviso.
Pensavo che rombo fosse un taglio di carne, mi ha detto. Se faccio quello che fai tu sbaglio sempre, dovevo immaginarlo che c'era un tranello.

Io credo che da vecchia avrò nostalgia della giovinezza, ma ho il fondato sospetto che certe caratteristiche del mio consorte dureranno nel tempo e se adesso è così figuriamoci quando si rimbambisce davvero.


venerdì 7 giugno 2013

Un bollettino radiologico.

Ci vogliono un sacco di riunioni per fare una radio. Le nostre dovrebbero durare un paio d'ore e invece finiamo col saltare il pranzo del sabato o sostituiamo la cena con tre birre a stomaco vuoto che mi riempiono di stupidità o di mal di testa.

Manca poco più di un mese e si comincia a trasmettere, il gioco si sta facendo sempre più duro, bisogna pestare più forte.
In questi mesi abbiamo scritto i programmi, preparato le magliette, messo on line la landing page, montato il video di lancio e attivato la pagina fb.
In redazione cominciamo a conoscerci meglio, pian piano ci stiamo trasformando in una famiglia dove ciascuno ha il proprio ruolo, a me hanno dato quello della signorina Rottermaier.

Chissà perché.

Prendiamo lezioni di dizione e di speakerato, verde ha la e chiusa, bene è aperto.

Da Londra mi chiama Valentina. E' una ragazza napoletana spigliata, quando pronuncia un anglicismo lo fa in maniera impeccabile, vive in Inghilterra. Mi piace. Si è candidata per farci da corrispondente estera, l'idea è brillante, mi ha contattato leggendo questo blog, è stata intraprendente. La vogliamo tantissimo.

Abbiamo trovato una sede, ci ingegniamo per riempirla.

Per il resto.
L'aria si è intiepidita, il tempo è variabile, una radio che cresce bene fa venire il buon umore.

Ecco la pagina fb: Radio Eureka

giovedì 4 aprile 2013

La banda

A Pasqua mia madre racconta di come sia stato per lei essere bambina. 

Si giocava tra i campi a rubare la frutta matura e a scappare dai forconi dei contadini, che si divertivano a inseguire per gioco mia madre e la sua banda. Per fare prima i fratelli più piccoli e con le gambe più corte attraversavano i letamai pieni di piscio di vacca.

Intanto mia madre aveva cominciato a spacciare peperoni. C'era un fruttivendolo che vendeva la verdura con l'Ape, ma in zona nessuno la comprava perché tutti avevano l'orto. L'orto di mio nonno aveva i migliori peperoni del quartiere. Quanto vuoi per quelli? Aveva chiesto il signore a mia madre. E mia madre gli aveva risposto il prezzo per comprarsi due barattoli di cipolline in agrodolce al supermercato. Da bambina le cipolline in agrodolce erano state la sua passione, insieme alle nocciole.
Affare fatto.
L'orto di mio nonno si svuotava a poco a poco, lo stomaco di mia madre si riempiva sempre di più.

E poi un giorno il gallo aveva attaccato il padre di Mireno- che gli aveva tirato il collo senza pensarci troppo e aveva cucinato il brodo. 
Il padre di Mireno non sapeva che due ore prima mia madre aveva chiesto a Dino e agli altri cosa facciamo? Mi annoio. E Mireno aveva risposto, ubriachiamo il gallo.
Avevano impastato il pane vecchio con la farina gialla e la crema Marsala. Dino teneva spalancato il becco dell'animale, Mireno e mia madre ci infilavano dentro i bocconi zuppi d'alcool.
Quando avevano liberato il gallo quello era diventato un diavolo. Loro avevano smesso di annoiarsi e avevano richiuso il pollaio, che si era trasformato in inferno.

Lo stesso Mireno, qualche tempo dopo, si era costruito l'elmetto da tedesco con l'asfalto fresco. L'aveva tenuto in testa tutta la giornata, e l'asfalto fresco sotto il sole di luglio si era trasformato in un guscio durissimo, impastato ai capelli. All'ospedale si erano tenuti il suo scalpo.

Mia madre dice che la sua infanzia è stata bellissima e basta guardarle gli occhi per capire che è vero.