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mercoledì 15 gennaio 2014

Tre minuti

Salgo sul ring dopo un'ora abbondante di allenamento che mi distrugge le spalle e rende difficoltoso il respiro.
Più decentemente combatto meno pietà hanno i miei avversari, che in quanto unica donna hanno sempre avuto il buon gusto di andarci piano. Io mica tanto, nel senso che come moscerino ho sempre cercato di infastidire il più possibile i miei giganti, buoni e pazienti, qualcuno mi fa lo sgambetto qualche altro diventa rosso quando lo guardo negli occhi.
Salgo sul ring e dopo un anno e mezzo di flessioni le mie braccia sono diventate robuste, il pugno veloce. Riesco a chiacchierare anche col paradenti, sbavando un po', ma tanto sbavano tutti.
Suona il campanello e cominciano i tre minuti: dobbiamo darcele di santa ragione, per finta, di solito. Sono particolarmente gasata e dopo i primi diretti parati con destrezza o più probabilmente, particolare fortuna, vado a segno con un jab sul mento del nemico, che comunque ha il caschetto e viene ferito solo nell'orgoglio.
Smetto di essere femmina e cominciano i colpi veri.
Cerco di muovermi il più possibile, come ogni volta mi ricorda di fare l'allenatore, per stancare l'avversario e metterlo all'angolo. Il dettaglio che uno non considera è che più si fa stancare l'avversario più ci si stanca.
Sento i polsi diventare di piombo, fatico a tenerli alzati per coprirmi il viso. Non ho neanche il tempo per pensarlo che il mio avversario mi tira un gancio sulla mandibola, sento la faccia ruotare e il collo schioccare come i gusci di noce. Capisco l'utilità degli esercizi alla cervicale, che ho sempre snobbato perché poi mi viene la nausea.
In bocca ho un sapore di ruggine, tre minuti sembrano un'eternità, qualche volta.
Mi lascio prendere dalla stanchezza e di conseguenza mi becco un altro destro, sugli occhi questa volta. Non mi fa male, ma comincio a lacrimare come se piovesse.
Sono solo corpo, non ci sono più i libri, le considerazioni, le opinioni, il passato e il futuro. Mi sento viva.
E finalmente mi do una svegliata.
Paro i colpi e mi accorgo che il mio nemico usa una sequenza ripetitiva. La imparo a memoria, così la blocco. Riesco ad aprire la strada con un diretto sinistro e a piazzare il più bel gancio della mia breve carriera di pugile. Prendo il mio gigante giusto sull'orecchio, lo stordisco e con un impeto di coraggio - o totale incoscienza- punto il fegato.
Mi piego sulle ginocchia, divento piccola e mi catapulto in avanti.
Gli entro così bene nel ventre che un po' mi dispiace. Dura poco. Vengo travolta da altri due compagni che si stanno esercitando sopra il ring, mi investono come un treno ad alta velocità. Non si accorgono di niente. Mi busco una spallata fuori programma che mette ko la mia spavalderia.
Mi scanso e invoco la campana per attaccarmi agli elastici e farla finita. Anche il mio avversario ha gli occhi stravolti, gli dico e se la smettessimo un po' prima?  Uso le ultime energie per un occhiolino di disperazione. Funziona.
Si toglie i guantoni, si asciuga il sudore.

Se non diventerò scrittrice sapete dove trovarmi.

martedì 7 maggio 2013

Un applauso

E' arrivato da un paio di mesi. Tarchiato, indossa gli occhiali qualche volta, tanto poi l'allenatore glieli fa rimettere nello zaino.
Diciassette anni non di più.
Quando facciamo il riscaldamento mi guarda dall'alto al basso perché sono l'unica femmina e faccio chiacchierare tutta la squadra.
Mi controlla anche se non so come si chiama, né mi interesserà saperlo. 
Spunta alle spalle finché sono al sacco, mi dice tieni le ginocchia più piegate, non vedi? Io lo faccio meglio.
Rimango sbigottita, la prima volta.

La seconda sono dentro il cerchio, come in Fight Club e devo combattere per mezzo minuto con con ciascuno dei compagni che formano il perimetro. I compagni sono trenta. Il combattimento dovrebbe servire come esercizio. Jab-destro, sinistro, destro- montante, gancio. Lui è l'unico che mi prende in faccia. 
Fatalità.
Un pugno sul naso fa un male cane.
E io mi irrito. 

Col mio amico tatuatore fa il sarcastico, se avessi meno tatuaggi, gli dice, forse combatteresti meglio.

Stateci lontani, ci raccomandano.
Io prendo le distanze.
E invece lui spunta all'improvviso come uno gnomo malefico, pronto a puntare il dito. Non rispondo. E lui continua. Sempre.
Potrebbe aver recitato la parte della puttana di Berlino in Million dollar baby, la carogna che ha fatto rompere la schiena a Hilary Swank, per intenderci.

E poi, poi arriva la sera del 15 aprile, il giorno in cui mi comunicano che l'agenzia pubblicitaria in cui lavoro non ha abbastanza soldi per farmi un contratto, ho lavorato gratis per 6 mesi.

Non hai mai pensato di fare la casalinga invece di venire a fare boxe con noi maschi?

La palestra si gela, tutti ci stanno ascoltando. 
Se lo attaccassi mi spaccherebbe il naso e visto che sono stagista da sempre, non avrei abbastanza soldi per aggiustarmelo bene.

Lo guardo negli occhi. E lui mi fa un ghigno.

Non ho alternative. Senza pensarci tanto gli sputo in faccia il paradenti che avevo in bocca.

Lui è pietrificato. Mi piace stare qua, gli rispondo. 
Gli altri cominciano ad applaudire. 
L'allenatore lo afferra per la maglietta e gli dice, adesso stai zitto e fai duecento flessioni davanti a tutti.

Nella vita ci vuole coraggio.