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giovedì 4 aprile 2013

La banda

A Pasqua mia madre racconta di come sia stato per lei essere bambina. 

Si giocava tra i campi a rubare la frutta matura e a scappare dai forconi dei contadini, che si divertivano a inseguire per gioco mia madre e la sua banda. Per fare prima i fratelli più piccoli e con le gambe più corte attraversavano i letamai pieni di piscio di vacca.

Intanto mia madre aveva cominciato a spacciare peperoni. C'era un fruttivendolo che vendeva la verdura con l'Ape, ma in zona nessuno la comprava perché tutti avevano l'orto. L'orto di mio nonno aveva i migliori peperoni del quartiere. Quanto vuoi per quelli? Aveva chiesto il signore a mia madre. E mia madre gli aveva risposto il prezzo per comprarsi due barattoli di cipolline in agrodolce al supermercato. Da bambina le cipolline in agrodolce erano state la sua passione, insieme alle nocciole.
Affare fatto.
L'orto di mio nonno si svuotava a poco a poco, lo stomaco di mia madre si riempiva sempre di più.

E poi un giorno il gallo aveva attaccato il padre di Mireno- che gli aveva tirato il collo senza pensarci troppo e aveva cucinato il brodo. 
Il padre di Mireno non sapeva che due ore prima mia madre aveva chiesto a Dino e agli altri cosa facciamo? Mi annoio. E Mireno aveva risposto, ubriachiamo il gallo.
Avevano impastato il pane vecchio con la farina gialla e la crema Marsala. Dino teneva spalancato il becco dell'animale, Mireno e mia madre ci infilavano dentro i bocconi zuppi d'alcool.
Quando avevano liberato il gallo quello era diventato un diavolo. Loro avevano smesso di annoiarsi e avevano richiuso il pollaio, che si era trasformato in inferno.

Lo stesso Mireno, qualche tempo dopo, si era costruito l'elmetto da tedesco con l'asfalto fresco. L'aveva tenuto in testa tutta la giornata, e l'asfalto fresco sotto il sole di luglio si era trasformato in un guscio durissimo, impastato ai capelli. All'ospedale si erano tenuti il suo scalpo.

Mia madre dice che la sua infanzia è stata bellissima e basta guardarle gli occhi per capire che è vero.

domenica 20 gennaio 2013

Una domenica

I parenti arrivano la domenica mattina, tutti insieme, come le disgrazie. 
Abbiamo lucidato i pavimenti con la cera, i sorrisi col dentifricio. Non ci vediamo da almeno due anni. Apro la porta e i bambini mi chiedono come ti chiami. Io dico, sono Ilaria, non vi ricordate?
Anche se non si ricordano giochiamo col Lego Tecnic e non riesco a montare la ruspa. 
Mio padre ingoia una pasta dietro l'altra, quattro maltagliati in cinque minuti, poi nel caffè compensa col Dietor. 
Mia zia Renata beve il Dindarello e ci fa l'elenco di chi è morto in paese. Intanto il Milan vince 2 a 1 contro il Bologna. Si potrebbe andare a San Siro il 12 maggio, devo chiedere alla Pabli se vuole venire, Luca compra i biglietti.

Mio zio mi ha sempre ricordato una giornata di pioggia. Parla poco, ci capiamo comunque. Gli chiedo della strage di Piazza Fontana. E tutti e dieci ci stringiamo intorno.
 
Stavo al terzo piano, ci dice, i vetri dell'ufficio sono esplosi fino al sesto. Era un venerdì, il 12 dicembre, avevo venticinque anni. La stanza con la bomba si è riempita di rosso. 

E ci racconta di come in due giorni quel sangue l'avessero fatto sparire, il lunedì successivo era dovuto tornare al lavoro.
Capitava che qualche segretaria cominciasse a gridare, pezzi di dita.

Arrivano anche i cani, si infilano sotto il tavolo perché sono timidi. La gatta dorme vicino alla stufa. 
Con loro siamo in quindici.

Mi siedo sul divano e penso che sarebbe bello se la sorella di mio padre fosse solo in ritardo e la morte uno scherzo.

Serena mostra i suoi disegni, senza sapere che li abbiamo guardati di nascosto finché lei non c'era.

Mio cugino è un bambino rotondo, gioca a rugby e ha otto anni. 
Quando gli chiedo, cosa vorresti fare da grande? Lui mi risponde il poeta e penso che il mondo abbia ancora speranze.

venerdì 13 gennaio 2012

C'era una volta.

Ieri il biglietto per andare a Padova mi è costato cinque euro e dieci, sola andata.
Quando ho iniziato l'università un biglietto costava quattro euro e sessantacinque.
Quando mia madre era bambina erano gli insegnanti ad avere sempre ragione. Se qualcosa andava storto era meglio tacere, altrimenti le prendevi pure dai tuoi.
Quando mio padre abitava in paese si giocava per le strade fino a tardi, le ginocchia si sbucciavano, come le arance, senza farci troppo caso.

Quando si era giovani era sempre meglio di oggi.
Mia mamma me lo ricorda facendomi la predica.

Ilaria.
Quando tua nonna era giovane andava a prendere la farina in bicicletta fino a Isola dopo esser stata in fabbrica. E Pippo passava a bombardare. Oggi la macchina la uso io e tu vai a piedi.
Oppure.
Guarda che quando vivevo con tua nonna, mai, mi sarei sognata di rispondere col tono che stai usando ora. Vergognati. Una volta si aveva più rispetto.
E ancora.
Ilaria smettila di comprarti vestiti che quando ero ragazza di vestiti da festa ne avevo solo un paio. Tu hai l'armadio pieno. Vergognati (e riddaje)

Quando era una volta io non c'ero. Deve esser stato proprio un brutto mondo.

Mica posso controllare, mugugno a mia madre.
Mi prendo uno di quegli schiaffi sacrosanti.

Quando avrò una figlia le dirò, mia cara, mia madre sì che me le dava di santa ragione. Non come te adesso, che mi rispondi con questa faccia.
Anzi. 
Meglio!
Quando avrò una figlia il passato lo distorcerò proprio del tutto. Inventerò aneddoti che sostituiscano quelli veri, o almeno una parte
Diventerò una specie di Giovanna D'Arco. E Marco un nuovo Padre Pio.

Quando sarò vecchia una volta sarà sempre meglio di domani, perché infondo è andata bene ed è un peccato che possa finire.









venerdì 25 novembre 2011

Coniglio blues

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.


Una madre mente spesso. Mia madre mente con disinvoltura, quando lo fa è quasi sempre per il nostro bene.
Era una mattina d'inverno. Io e Serena eravamo a scuola. Mia madre aveva il giorno libero, così decide di pulire le stanze. Quella di mia sorella è sempre somigliata a una stalla. Anche perché, vicino al comodino, teneva una gabbia con un coniglio nano. E bisogna cambiare la paglia spesso se non vuoi che sappia di rancido, così le ripeteva.
Mia madre aveva portato la gabbia in giardino, aveva liberato il coniglio, buttato la paglia nel letamaio, lavato il fondo e sistemato tutto quello che c'era da sistemare, bastava solo riprendere il coniglio.
Si era guardata intorno.

Sparito, il coniglio era sparito.

Mia madre aveva fatto il giro della casa, si era assicurata che il cancello fosse chiuso, no, non poteva essere uscito in strada.
Non so se avete presente i bob tail, quei cani da pastore bianchi e grigi, quello che aveva il principe della sirenetta disney, per intenderci. Ecco io ne avevo uno con l'istinto materno. Nanà, si chiamava.
Nanà, vieni qui.
Il cane si era alzato obbediente, solo che sotto il cane c'era il coniglio.

Cadavere. 

Cadavere e pieno di bava. 
Nanà probabilmente aveva voluto tenerlo fermo, non riuscendoci con il muso, aveva deciso che era meglio sedersi sopra.
Mia madre era impallidita. Se mia sorella avesse saputo com'erano andate le cose avrebbe pianto.
Poi avrebbe ucciso il cane.

Ed ecco il colpo di genio.  Mia madre sa esattamente quello che deve fare.

Prende il coniglio morto e lo porta in bagno.
Si mette a lavarlo con sapone di marsiglia, fino a quando il pelo non smette di essere appiccicoso. Strofina bene. Poi, quando è sicura che le tracce siano sparite, lo asciuga col phon.
Il povero coniglio non è mai stato così bello. Meglio di un pelouche.
Lo rimette nella gabbia pulita, vicino al comodino.

Quando mia sorella ritorna, lei conta fino a dieci.
Uno, due, la sente aprire la porta, tre, quattro, cinque, ha posato la cartella, sei, sette, otto, deve averlo visto, non c'è più nessun rumore...
Nove...

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.

Almeno il cane si è salvato.