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domenica 20 gennaio 2013

Una domenica

I parenti arrivano la domenica mattina, tutti insieme, come le disgrazie. 
Abbiamo lucidato i pavimenti con la cera, i sorrisi col dentifricio. Non ci vediamo da almeno due anni. Apro la porta e i bambini mi chiedono come ti chiami. Io dico, sono Ilaria, non vi ricordate?
Anche se non si ricordano giochiamo col Lego Tecnic e non riesco a montare la ruspa. 
Mio padre ingoia una pasta dietro l'altra, quattro maltagliati in cinque minuti, poi nel caffè compensa col Dietor. 
Mia zia Renata beve il Dindarello e ci fa l'elenco di chi è morto in paese. Intanto il Milan vince 2 a 1 contro il Bologna. Si potrebbe andare a San Siro il 12 maggio, devo chiedere alla Pabli se vuole venire, Luca compra i biglietti.

Mio zio mi ha sempre ricordato una giornata di pioggia. Parla poco, ci capiamo comunque. Gli chiedo della strage di Piazza Fontana. E tutti e dieci ci stringiamo intorno.
 
Stavo al terzo piano, ci dice, i vetri dell'ufficio sono esplosi fino al sesto. Era un venerdì, il 12 dicembre, avevo venticinque anni. La stanza con la bomba si è riempita di rosso. 

E ci racconta di come in due giorni quel sangue l'avessero fatto sparire, il lunedì successivo era dovuto tornare al lavoro.
Capitava che qualche segretaria cominciasse a gridare, pezzi di dita.

Arrivano anche i cani, si infilano sotto il tavolo perché sono timidi. La gatta dorme vicino alla stufa. 
Con loro siamo in quindici.

Mi siedo sul divano e penso che sarebbe bello se la sorella di mio padre fosse solo in ritardo e la morte uno scherzo.

Serena mostra i suoi disegni, senza sapere che li abbiamo guardati di nascosto finché lei non c'era.

Mio cugino è un bambino rotondo, gioca a rugby e ha otto anni. 
Quando gli chiedo, cosa vorresti fare da grande? Lui mi risponde il poeta e penso che il mondo abbia ancora speranze.

lunedì 31 dicembre 2012

31 dicembre 2012

Colloqui, tanti. Soldi, pochi.
Non posso vincere sempre, imparo a perdere e qualche volta mi manca il fiato.
Taglio tutti i capelli, i pareri li soffia via il vento. 
Una mattina, senza scarpe e coi pantaloncini corti, ci si vede in stazione e mi fido di te.
Bastano due guantoni per farmi sentire leggera. Non so più dosare la forza, la vigilia ti tiro un pugno per gioco, ti spezzi e mi vuoi bene comunque.
Tra donne si fanno riunioni straordinarie per capire parole nuove: suocera, estero, morte. 
Berlusconi sta diventando cartone animato, chissà che con la salamoia si sciolga e non rimanga niente.
Con la Chimay mi vengono i sudori freddi, vomito. A 27 anni prendo la mia prima sbronza dolorosa.
I ragazzini hanno cominciato a darmi del lei, quasi sempre.
I miei alunni, quando dico molto bene arrossiscono anche se hanno la pelle scura.
Per consolarti mi trasformo in montagna e ti metto in cima.
Mia sorella. Che rimane la solita pirla arrogante, se non ci fosse sarebbe un problema, l'ho capito sta notte.
Il corridoio di ieri e le braccia spalancate. Mi solleva in alto e mi stringe fortissimo. Io penso evviva!

Il futuro esiste a tratti, mi sento coraggiosa, forse qualcosa di buono quest'anno l'ho combinato.



venerdì 25 novembre 2011

Coniglio blues

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.


Una madre mente spesso. Mia madre mente con disinvoltura, quando lo fa è quasi sempre per il nostro bene.
Era una mattina d'inverno. Io e Serena eravamo a scuola. Mia madre aveva il giorno libero, così decide di pulire le stanze. Quella di mia sorella è sempre somigliata a una stalla. Anche perché, vicino al comodino, teneva una gabbia con un coniglio nano. E bisogna cambiare la paglia spesso se non vuoi che sappia di rancido, così le ripeteva.
Mia madre aveva portato la gabbia in giardino, aveva liberato il coniglio, buttato la paglia nel letamaio, lavato il fondo e sistemato tutto quello che c'era da sistemare, bastava solo riprendere il coniglio.
Si era guardata intorno.

Sparito, il coniglio era sparito.

Mia madre aveva fatto il giro della casa, si era assicurata che il cancello fosse chiuso, no, non poteva essere uscito in strada.
Non so se avete presente i bob tail, quei cani da pastore bianchi e grigi, quello che aveva il principe della sirenetta disney, per intenderci. Ecco io ne avevo uno con l'istinto materno. Nanà, si chiamava.
Nanà, vieni qui.
Il cane si era alzato obbediente, solo che sotto il cane c'era il coniglio.

Cadavere. 

Cadavere e pieno di bava. 
Nanà probabilmente aveva voluto tenerlo fermo, non riuscendoci con il muso, aveva deciso che era meglio sedersi sopra.
Mia madre era impallidita. Se mia sorella avesse saputo com'erano andate le cose avrebbe pianto.
Poi avrebbe ucciso il cane.

Ed ecco il colpo di genio.  Mia madre sa esattamente quello che deve fare.

Prende il coniglio morto e lo porta in bagno.
Si mette a lavarlo con sapone di marsiglia, fino a quando il pelo non smette di essere appiccicoso. Strofina bene. Poi, quando è sicura che le tracce siano sparite, lo asciuga col phon.
Il povero coniglio non è mai stato così bello. Meglio di un pelouche.
Lo rimette nella gabbia pulita, vicino al comodino.

Quando mia sorella ritorna, lei conta fino a dieci.
Uno, due, la sente aprire la porta, tre, quattro, cinque, ha posato la cartella, sei, sette, otto, deve averlo visto, non c'è più nessun rumore...
Nove...

- Maaaaaaaaammmmmmmmmmmaaaaaaaa!
- Cosa c'è?
- E' morto il mio coniglioooo!!!!!!!!! 
(pianto disperato)
- Ma dov'è, Serena?
-E' nella gabbia, è mortooooo!
(pianto disperato con singhiozzi isterici)
-Cerca di stare tranquilla, se è morto in gabbia gli sarà venuto un' infarto, non si è neanche accorto. Dopo lo seppelliamo insieme.

Almeno il cane si è salvato.









venerdì 18 novembre 2011

Questione di stile

Mia sorella è fastidiosamente stilosa.
Una persona ha stile quando indossa cose apparentemente improponibili, rendendole magicamente perfette.
Tipo le mutande ascellari. Mia sorella ha anticipato la collezione Intimissimi 2011 andando a frugare nel baule di mia nonna già l'anno scorso. Ha messo i suoi mutandoni. E puf! In giro cominci a vedere i manichini con l'intimo di Bridget Jones addosso.

Mia sorella è fastidiosamente stilosa perché mi fa pesare il fatto di non esserlo a sufficienza. 
Il mese scorso ho comprato un paio di fantastiche francesine nere.
Lei le guarda e sbotta "se ci sei arrivata tu significa che per me è ora di cambiare. Infatti, cara Ilaria, non so se hai visto che sto puntando sullo stivaletto." Me lo dice con la faccia soddisfatta e il mezzo sorriso di chi ti parla con paternalistica compassione. Io, lo stivaletto, glielo tirerei in faccia. 
Poi non contenta continua "non si diventa stilosi solo leggendo The Blonde Salad, sappilo".
Lo so benissimo, porca miseria. 

L'armadio di una donna non è mai abbastanza pieno. Il mio ospita anche la sezione, fallimenti clamorosi.
Tipo la maglietta dell'Hard Rock London. 
Mica sono andata a comprare quella classica, no, ma fammi il piacere, troppo banale. Ho messo in valigia la versione metal. Che io al metal neanche ci avevo pensato, semplicemente mi sembrava solo un tantino più aggressiva. Massì osiamo!
Come quando ho comprato le nike argentate con suole rosa. Mi sembravano allegre. Se ti mettono un soprannome c'è sempre un motivo. Bugs bunny, mi chiamavano.
La borsa con le borchie a forma di teschio ha scatenato pareri discordanti. Andiamo dal diplomatico, "mmmm, diciamo che è particolare"dell'Eri, al "dio che schifo" della Paola.
A me piace.
Solo che l'altro ieri ero al circolo. Uno di quei bar frequentato esclusivamente dai vecchi, loro e la moda, in teoria, dovrebbero abitare in pianeti diversi. E invece uno mi guarda, mi si avvicina ed esclama, apperò, hai proprio una  bella borsa metal!
Diobello ci risiamo.
Mia sorella, che ha sentito, tutto si sbellica dietro il bancone. 

Il peggio però l'ho raggiunto con gli occhiali da sole. Decido di investire un quarto del mio stipendio estivo in un bel paio di Diesel con lenti graduate. Marco, chiedo, dammi un consiglio. Ne provo un paio di blu, con le estremità che tendono verso l'alto. Io mi guardo, ma ci vedo poco. 
Ci pensa il mio caro fidanzato a convincermi. Stai benissimo, dai prendili!
Poi arriva il gran giorno.

Li vado a ritirare e mi guardo allo specchio. Con le lenti graduate, finalmente. 
E mi vedo. E raggelo. E vorrei incendiare lui. E invece gli dico:

Ma mi hai vista?
Sì.... 
Sto da cani.
Dai amore, non stai benissimo, ma neanche così male!
Perché mi hai detto di comprarli?
Perché io avevo comprato i miei e non avevo più voglia di stare dentro il negozio.

Impallidisco e vacillo.

Beata sincerità.





lunedì 24 ottobre 2011

Fratellità!

Mio fratello quando mi abbraccia mi solleva.
Sei ingrassata, mi dice.
Mio fratello è mio fratello perché gli rispondo di sì, che è vero, sono ingrassata. Ma poi posso sempre mandarlo affanculo.