giovedì 3 marzo 2016

Lascia o raddoppia

Una delle mie amiche più care per un certo periodo mi chiamava la zingara. Avevo rivoluzionato la mia vita più o meno all'improvviso, diceva che da persona metodica e moderata ero diventata scatenata e incostante. Io credo invece di essere più che altro una persona drastica, quando cambio mi rivolto come un calzino, senza pensare più a quello che ero prima. Ho chiuso relazioni, tagliato i capelli, cambiato amici solo dopo averci riflettuto in silenzio e credo che i cambi di rotta mi abbiano sempre e comunque salvata.

Questo blog esiste dal 2011. Ogni tanto ci pensavo a chiuderlo, mollare tutto e smettere di raccontare agli altri pezzetti dei miei pensieri. Credo che il Pesce Volante abbia funzionato proprio perché mi son sempre ripetuta di non avere nessun obbligo nei suoi confronti. Scrivo solo quando me la sento, se passano periodi di silenzio amen. Così mi dico che forse chiudere non sarebbe un'idea brillante, forse devo solo rinnovare un po' i colori, cambiare i vestiti e  avere il coraggio di diventare un po' più adulta. 
Il mio blog mi ha portato a stare meglio, mi sono capita di più e ho conosciuto persone lontane che altrimenti non avrei mai incontrato.

Quando sono andata a convivere avevo una paura boia di lasciare la mia casa: adesso che l'ho fatto ho  una casa in cui sto bene e un'altra in cui ritorno volentieri.

Oggi è una giornata piena di vento. Col vento dormo meglio, il vento distrugge, spazza via le nuvole e porta Mary Poppins. Il vento mi assomiglia. Mi piace pensare di far tuffare il Pesce Volante nel suo nuovo mare in un pomeriggio come questo.
Grazie a tutti per avermi seguito fino a qui, se volete continuare da ora in poi mi troverete sul mio nuovo sito ilpescevolante.com

Ilaria

giovedì 18 febbraio 2016

Acqua

Dici che ti piace il freddo, ma quando oggi hai visto la primavera hai aperto le finestre e l'hai fatta posare sopra ai mobili. L'ho fatto anch'io. Fuori il fiume è diventato chiaro, lo vado a guardare anche se non ha niente da dirmi, forse sono io che vorrei parlarci, gli chiederei com'è esser acqua e pulire la terra da quello che c'è di storto.
Gli alberi, li senti, dentro i rami ci scorrono le foglie, presto esploderanno e tu ti ritroverai più vecchio a guardare la vita che va a capo e ricomincia.
Lo sai, noi possiamo solo andare avanti e portarci via le pietre. Diventeremo più forti con l'arrivo dei temporali e come il fiume spazzeremo via l'inverno.

venerdì 12 febbraio 2016

Ostaggi

Lei pulisce tutto. Lui non pulisce niente perché sua moglie è meglio di tutte le donne di servizio messe insieme, lui non saprebbe fare di meglio in più è gratis.
Li ospitiamo in una casina in mezzo al bosco, abbiamo lavato le tende e messo le lenzuola ricamate.
Quando arrivano parcheggiano la macchina vicino all'orto, trascinano le valigie nella cameretta dei bambini, uniscono i letti, tolgono le nostre lenzuola nuove perché le loro lo sono di più. 
Ci impiegano tutto il pomeriggio a sistemarsi.
Lei disinfetta il bagno con la candeggina, gratta i lavandini, strofina le piastrelle. Lui appende i vestiti dentro l'armadio, ordinatamente. Poi chiude i balconi e si mette a dormire.

Il giorno dopo in cielo ci sono le nuvole. Loro si svegliano presto, li sentiamo aprire i cassetti della cucina, forse per cercare i cucchiaini. Quando ci alziamo li troviamo già vestiti. Hanno svuotato l'armadietto delle stoviglie e hanno lavato ogni cosa, c'è profumo di limone in tutta la stanza.
Non sappiamo cosa dire, li ringraziamo per nascondere il nostro imbarazzo, ci dispiace non avere offerto loro qualcosa di perfetto. 
Quando lei esce in giardino sbuffa contro il cielo. Che orrore, con la pioggia, dice solo.
Guardo gli alberi luccicanti e l'erba inzuppata. L'odore di muschio si mescola a quello dei pini, sarebbe bello giocare a nascondino, oppure a rincorrerci.
Le chiedo se abbia voglia di fare una passeggiata, lei mi dice che molto probabilmente si infangherebbe le scarpe, così guarda la tv fino a ora di cena, Pomeriggio Cinque con Barbara d'Urso.

La sera ci stringiamo intorno al tavolo, fingendo di essere interessati a vite che non sono le nostre. Beviamo due litri di birra per aiutarci ad avere pazienza, lei ha serrato tutti i balconi perché vedere la notte le fa paura, intorno non ci sono i lampioni e sente troppi rumori di cui non riesce a capire la provenienza. Chiude la porta a chiave appena il sole tramonta. Le chiedo se non possiamo lasciare aperto almeno uno spiraglio, perché ci sono le lucciole vicino all'orto, sarebbe bello lasciarle entrare in salotto insieme al buio.
Mi risponde che neanche per sogno, potrebbero arrivare i lupi e saremmo tutti morti nel giro di cinque minuti.

Passiamo le vacanze sperando che finiscano in fretta e con loro un'amicizia che forse era stata più un malinteso, scusateci per l'equivoco - si sbaglia con gli orari, figurarsi con le persone - niente di personale, eh, però a mai più.

venerdì 29 gennaio 2016

Via XXIX Aprile n°38

Non so se l'ho già scritto, ma i miei primi dieci anni li ho trascorsi al quinto piano di un palazzone vicino alle scuole.
Mi piaceva abitare in un condominio perché c'erano altri bambini  che potevo comandare a bacchetta solamente esercitando i miei diritti di anzianità.
Ci nascondevamo dentro un cespuglio a progettare rivolte contro la signora del primo piano, che ci minacciava col bastone dal terrazzo quando giocavamo col pallone troppo vicini alla sua auto. Ci seguiva una gatta bianca completamente sorda, noi ogni tanto le urlavamo addosso parole a caso, per controllare che davvero non ci sentisse, e davvero non ci sentiva proprio.

I miei vicini di casa preferiti erano una coppia che non aveva avuto figli: lei era una sarta profumata di cipria, lui un uomo magro che da ragazzo aveva fatto i boy scout. Ivano teneva un cesto pieno di settimane enigmistiche, io sprofondavo nella sua poltrona a fiori per leggere le pagine centrali con le barzellette. Con sua moglie guardavamo Ultimo minuto stese sul lettone ed era bellissimo perché ci spaventavamo sul serio, ma poi ridevamo, perché terrorizzarci insieme era come un'avventura.

Riuscivo a essere una bambina felice solo quando mi sentivo protetta.

In estate nel nostro appartamento faceva caldo, così al tramonto spalancavamo tutte le finestre per far circolare il fresco, con la sera entravano anche i pipistrelli, così a mio padre toccava rincorrerli, e imprigionarli dentro una scatola da scarpe.

Al secondo piano abitava un vecchio che ci guardava dall'alto finché correvamo con le bici. Quando si stancava ci tirava un fischio come si fa coi cani, quello era il segnale per riunirci tutti sotto la sua finestra. Lui allora prendeva un barattolo di latta e liberava una cascata di caramelle alla frutta che ci pioveva addosso pizzicandoci la pelle. Chi aveva la Graziella col cestino era il più fortunato.

Fuori dal condominio avevo paura di tutto il mondo.
In via XXIX Aprile c'era la vita giusta, mi pareva e anche adesso, a scriverne, mi sembra così.

domenica 24 gennaio 2016

Ripetizioni

Paolo Nori è uno dei miei autori rifugio. Compro i suoi libri quando ho voglia di non essere delusa. Questa settimana ho letto La piccola Battaglia portatile e A bologna le bici erano come i cani. I titoli li avevo scelti perché erano gli unici dell'autore sullo scaffale della libreria.

Il primo libro racconta di Battaglia, la figlia di Nori, e io non l'avevo mica capito, all'inizio, che il libro parlasse di cose vere. Ogni tanto mi capita, quando leggo e anche quando parlo, di invertire le lettere di una parola o le cifre di un numero. E lunedì, quando mi ero guardata la biografia dello scrittore avevo letto che fosse nato nel 1936. Quindi avevo calcolato che Nori dovesse avere circa ottant'anni e mi ero detta che era proprio realistico il modo che aveva di raccontare una paternità che in realtà doveva essere al massimo una nonnità, visto che la bambina di cui parlava era nata negli anni duemila. Mi ero cercata le sue foto in Google e mi era sembrato un vecchietto arzillo, forse un po' più muscoloso di quanto sospettassi.

Paolo Nori in realtà è nato nel 1963.

Questa cosa l'ho scoperta quando mercoledì ho iniziato a leggere A bologna le bici erano come i cani e l'occhio mi è caduto sull'aletta alla fine del romanzo.
Ecco. Vi racconto di questi due libri perché, per la prima volta, mi è successo di trovare interi paragrafi del primo, riportati pari pari nel secondo.
Questa cosa all'inizio mi infastidiva da morire. Perché scrivi cose che mi hai già detto? Mi pareva di esser stata fregata da uno scrittore che voleva infilare aneddoti della sua vita privata in ogni suo lavoro (anche in La banda del formaggio, già che ci pensavo, c'erano alcune parti che raccontavano  gli stessi dettagli della stessa bambina).
In realtà poi, spegnendo i bollori che mi esplodono dentro quando qualcosa non mi convince, la situazione si è ribaltata. Leggere Nori è diventato come stare con qualcuno che conosci, che ti racconta cose nuove e ogni tanto aggiunge particolari che sai anche tu e che quindi condividi con l'autore. Così ti ritrovi a pensare, ah, già, mi ricordo che me l'aveva detto! Diventa una specie di lettura famigliare accogliente, come lo è mia madre quando mi racconta le avventure che ha vissuto quando io non ero nata.

Per concludere, La piccola Battaglia portatile e A Bologna le bici erano come i cani sono due libri che, in sostanza, vi consiglio. Nori scrive bene, non promette niente che non riesca a dare, in più è allegro e mette il buon umore.
Ecco, magari non fate come me, prendete un libro alla volta, leggetene uno in primavera e l'alto in autunno. Però, mi raccomando, leggeteli.

lunedì 18 gennaio 2016

La descrizione

Io e la ragazzina ci capiamo al volo, dove non arrivano le parole ci sono gli occhi, perché la ragazzina ha l'autismo. Prima di posare la cartella mi fa grandi sorrisi, ogni tanto ride proprio anche se non le ho ancora detto niente, è così che iniziano le sue buone giornate.
Oggi le ho insegnato a descrivere una persona. 
Cerca le parole giuste nella griglia che poi le ordiniamo insieme, le spiego.  
Lei però non sa di chi parlare. Descrivi me, aggiungo allora, così ti sto davanti ed è molto più facile.

"Ilaria è alta e snella. Ha i capelli marrone chiaro e gli occhi azzurri. E' sempre allegra. Mi ispira antipatia."

Ragazzina, le dico, antipatia è quando qualcuno non ti piace. Simpatia è quando invece si va d'accordo, e se ci pensi, noi insieme stiamo bene. Allora, ti ispiro simpatia o antipatia?

Antipatia.

Simpatia?

No, antipatia.

Poi ride forte e rido anch'io anche se non ci capisco più niente.

domenica 10 gennaio 2016

Sorellanza

Dopo le feste il mio carillon dentro il comodino era pieno di dolci. Mi piaceva guardarli tutti insieme. Accumulavo caramelle per mesi. Torroncini, gomme da masticare, zuccherini, li contavo ogni sera prima di dormire. 
Mia sorella invece era una bambina vorace, ingoiava tutto quello che le passava a tiro. Sotto natale apriva la stagnola delle palline di cioccolato appese all'albero, le svuotava, lasciando luccicare a penzoloni solo la carta.

Io e mia sorella ci picchiavamo spesso. Ce le davamo di santa ragione ogni volta che aprivo il mio carillon e lo trovavo vuoto.
Io le prendevo quasi sempre. Così avevo imparato presto l'arte della vendetta.
Prima dei suoi esami di quinta elementare le avevo strappato la tesina di fine anno, appena stesa in bella copia. Mia sorella mi aveva rincorso col coltello da cucina, lanciandomelo dietro in giardino, quand'ero ormai troppo distante per essere uccisa.

Mia sorella amava i trucchi anche da bambina, così mia madre le comprava le trousse Divina a forma di farfalla. Siccome io non avevo soldi per farle i regali, il giorno del suo compleanno prendevo dalla mia mini biblioteca il Libro degli animali dello zoo e glielo infilavo sotto il cuscino. Dopo qualche giorno me lo riprendevo per regalarglielo di nuovo l'anno seguente.

Un'estate che faceva caldo e giocavamo nel campo dietro casa, mia sorella invece di obbedirmi mi aveva piantata in asso lasciandomi sola vicino ai margini del bosco. Così avevo strappato un mazzo di ortiche e senza farmi sentire l'avevo colpita sulle gambe, arrivando da dietro, fino a farle diventare viola.

Io e mia sorella abbiamo smesso di litigare l'anno scorso, quando io sono andata a convivere e ciascuna non invade più gli spazi dell'altra. 
A me e mia sorella piacciono le storie, io le racconto, lei le disegna. Per questo 2016 abbiamo deciso di andare d'accordo, lavoriamo insieme, le ho detto. Non sono sicura che ne usciremo vive, ma che creeremo qualcosa di buono, questo sì.

mercoledì 30 dicembre 2015

L'ultimo racconto del 2015

Non sto pubblicando molti post perché sto scrivendo molti racconti. Uno di questi esce oggi su Grafemi, il sito dell'amico Paolo Zardi.
Leggetelo dunque, il link lo trovate qui.

mercoledì 9 dicembre 2015

Fioriture

Le sere sono illuminate dagli alberi di cachi, che hanno perso tutte le foglie e lasciano cadere ogni tanto qualche frutto maturo.

Metto il guinzaglio al cane. Tolgo gli occhiali anche se dovrei tenerli addosso proprio quando devo guardare lontano, ma in questi giorni c'è sempre la nebbia, le strade non avrebbero un profilo neanche da dietro le lenti.

Dicembre è arrivato anche quest'anno troppo presto. Ha levato i colori dai giardini e dalle guance di chi incontro a comprare qualche addobbo.

"Dobbiamo dirvi una cosa", ci dicono gli amici, sempre più spesso da quando siamo diventati adulti.
Indoviniamo se nei loro occhi ci sono bambini, matrimoni o contratti di lavoro, poi formiamo margherite coi calici pieni di vino.

Stiamo fiorendo anche se fuori fa ogni giorno più freddo.

venerdì 27 novembre 2015

Grammatica

Oggi inutile pubblica un racconto che ho scritto quest'estate, quando faceva un caldo boia. Potete leggerlo cliccando qui!

mercoledì 11 novembre 2015

La coerenza della gioventù

-Ci guardi, siamo un quadrio!
-Ho visto, ma si dice quartetto...
-E se si aggiunge lui è giusto cinquio? O si dice cinquetto?!?

[AIUTO]

sabato 31 ottobre 2015

Caramelle

Quando posso leggo raccolte di racconti, ormai lo sapete.
A tante persone leggere i racconti non piace, finiscono subito, dice Marco. Una raccolta di racconti secondo me è come un pacchetto di caramelle. Puoi decidere di succhiarne una e aspettare per le rimanenti, oppure puoi scegliere di scartarne una dopo l'altra, non si sa mai che ti sia sfuggito un gusto.
Io generalmente sono un'ingorda. Quando ho scoperto Carver ho comprato tutte le nuove edizioni, con Saunders è successo altrettanto.

Quando è uscita l'Età della febbre, mi sono fiondata in libreria: che meraviglia, ho pensato, una raccolta con un titolo bellissimo e la copertina gialla (il giallo è il mio colore preferito). In più avevo letto ottime recensioni: gli undici migliori autori italiani under 40 dipingono l'Italia degli anni Zero, pancia mia fatti capanna!
Sono rimasta a digiuno perché quei racconti in realtà erano piuttosto insipidi, cervellotici a tratti, non entravo in empatia. La carta insomma luccicava troppo rispetto al contenuto. Cominciavo con una storia, mi annoiavo, passavo alla seguente, mi innervosivo.

Quando una raccolta di racconti mi delude, generalmente mi delude più di quanto possa fare un cattivo romanzo.

Abbiamo le prove è la rivista on line di Violetta Bellocchio. La tengo d'occhio da un po' perché mi piacerebbe scriverci, ma sono una persona onesta che quando scrive mente spesso: su Abbiamo le prove si devono raccontare solo storie vere, così entro in conflitto con me stessa e non oso.
Comunque.
Per la Utet qualche mese fa è uscito Quello che hai amato, una raccolta con undici racconti scritti dalle donne della Bellocchio (alcune hanno un sacco di pubblicazioni, eh, non son mica pivelline).
L'ho comprata martedì, senza aspettative, l'altro ieri l'ho finita.
Mi è piaciuta tantissimo.
Le autrici sanno tutte il fatto loro e ciascuna per motivi diversi, è riuscita a tenermi incollata alle pagine, volendone ancora, ancora e ancora.
Il filo conduttore che lega i racconti è l'amore, che non ha mai la stessa forma, per nessuna: una città, una persona, un oggetto, un lavoro. Senza sensazionalismo, retorica e soprattutto senza narcisismo le scrittrici hanno saputo usare la prima persona includendo il lettore nella loro singolarità, che si apre e improvvisamente per diventare plurale e condivisibile.

Un raccolta di racconti in fondo è molto meglio di un pacchetto di caramelle, perché quando la rileggi puoi scoprire sapori nuovi.
In Quello che hai amato io ho sentito calore, compostezza e presenza, ma c'è tanto altro, fidatevi.

Quando ho una scatola di Tic-tac in borsa di solito chiedo a tutti se ne vogliano una, ecco allora: se siete arrivati fino a qui fate un passo in più e andate su Abbiamo le prove, troverete gli inizi dei racconti di cui vi sto parlando. Assaggiatene qualcuno, non si sa mai che abbiamo gli stessi gusti.

mercoledì 28 ottobre 2015

Polvere

C'è una donna che spazza la strada, ogni giorno.
Quest'estate vedevo il sudore colarle dai vestiti, portava canottiere larghe che non si preoccupava di sistemare quando le cadevano dalle spalle. Così le guardavo il collo e l'inizio di due seni flaccidi che sbattevano uno contro l'altro come gelatine arrabbiate. 

Non c'è niente da pulire sulla strada. Passa solo qualche auto, nessuno getta cartacce, ogni tanto qualche foglia si ferma vicino al marciapiede.

La donna spazza comunque, anche quando piove. Se tiene la scopa non ha abbastanza mani per stringere l'ombrello, così i capelli bagnati si incollano al viso e gli occhi si fanno ancora più sporgenti.

Chi la vede pensa sia una vecchia che col tempo ha perso la ragione.
Io credo che spazzare la strada sia solo un modo perbene per sentirsi meno soli.

lunedì 12 ottobre 2015

Scuola

Ci alziamo coi cacciatori che sparano alle nuvole rosa, il mattino inizia pigro, beviamo il caffè con la luce spenta, così gli occhi sbattono via il sonno un po' alla volta.
Sotto la felpa metto le mezze maniche, perché da quando insegno il mio deodorante fallisce in fretta abbandonandomi all'odore delle mie paure.
Torno a casa con le dita sporche di gesso, mi metto a studiare dopo i Simpson, come quando andavo al liceo.
Trascorro notti insonni sul divano a ripassare la grammatica, anche se non voglio. Mi lamento spesso e somiglio sempre di più a mia madre. 
Non è mica male, la vita.

giovedì 1 ottobre 2015

Squillino le trombe!

Questo mese esce questa antologia qui, si chiama L'amore ai tempi dell'apocalisse ed è curata dall'amico Paolo Zardi.
Tra gli scrittori ci sono anch'io, il mio racconto si intitola Amen.
Ordinatela tutti, ordunque!

giovedì 17 settembre 2015

Tagadà

Passeggio in un paesino dove sono arrivate le giostre.
Davanti a me camminano tre bambini con la pelle color cappuccino, tipi allegri con la cartella molto più grande di loro.
Davanti al tagadà si fermano: ci sono cinque ragazzoni coi capelli alla moda.
Signori giostrai, urla un bambino, sul tagadà ci possono salire quelli di sei anni?
No, gli risponde il giostraio, non facciamo mai salire i bambini immigrati.

giovedì 10 settembre 2015

Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, seconda parte

Il primo trimestre arrivano gli insegnanti di pedagogia che insegnano come insegnare a chi già insegna. Qualcuno li ascolta perché per il corso ha pagato quasi tremila euro, qualche altro non li ascolta per lo stesso motivo. Tutti ci annoiamo da morire.
La maggior parte dei docenti ci spiega che dobbiamo promuovere lo sviluppo di competenze negli alunni in ottica inclusiva, possibilmente adottando tecniche didattiche diversificate, al passo con i tempi reali e digitali, e lontane dalla barbosa didattica tradizionale, ormai superata. 
Tengo a precisare che la pappardella ci viene vomitata addosso attraverso splendide lezioni frontali monologate, che hanno una durata media che va dalle due alle quattro ore, se siamo fortunati con una pausa centrale di dieci minuti. 

Sospiriamo, io leggo i romanzi di nascosto. 

La prima cosa che impariamo quando parliamo di handicap è di non chiamarlo mai con il suo nome, ma di nasconderlo dietro il nome del ragazzo che lo porta, per rispetto, ci dicono. 
In classe ho un caso di autismo. SBAGLIATO. Sei matto? E' umiliante. Devi dire. In classe c'è Federico che è affetto da autismo.
Peccato che poi come compito per casa ci diano da scrivere uno studio di caso.

Una docente di didattica speciale ci tratta a priori come se avessimo picchiato un disabile. Ci ordina di alzare la mano se ci riteniamo persone normali. Pronuncia la parola normali come se fosse sinonimo di serial killer
Nessuno si muove, un po' per omologazione, un po' per farla tacere il prima possibile. 
Sostituiamo le parole tabù - cieco, zoppo, handicappato - con tecnicismi più anonimi - ipovedente, BES, DSA. Uno studioso americano che avevo inserito nella mia tesi si chiedeva provocatoriamente "l'invalido si alza dalla carrozzella se lo chiami ipocinetico?"
In Italia pare di sì.

Non vedo l'ora che arrivino gli insegnanti di lettere, dice qualcuno.
Il secondo trimestre arrivano. Didattica della letteratura, della storia, della geografia, educazione linguistica.
Sono tutti miei ex docenti universitari che dichiarano apertamente che loro a scuola non hanno mai insegnato e che odiano i pedagogisti. Sta volta nessuno ci insegna come insegnare, abbiamo l'onore di ascoltare degli pseudo corsi monografici, brutte copie di programmi che troviamo pari pari sul sito di unipd, già pensati per le lauree triennali.
Quella di letteratura ci racconta Il conte pecoraio, quello di storia le Annales, l'insegnante di educazione linguistica si ingarbuglia proponendoci modelli di grammatica valenziale che lei stessa fatica ad interpretare.

Sopportiamo facendo il conto alla rovescia, quanto manca alla fine? 
Impariamo a chi non vogliamo somigliare. Mai.

(continua..)


Ti sei perso la prima parte? Eccola!

giovedì 27 agosto 2015

Una fiaba

Dopo un paio di mesi di letture sfortunate, arriva lui. Justin Torres.

Chi mi conosce lo sa, uno dei libri al quale sono più affezionata è il Grande Quaderno, il primo della Trilogia della città di K. Pensavo di non trovare niente di simile e per un periodo mi pareva che nessuno scrivesse meglio della Kristof. E invece.

Noi, gli animali è un libro bellissimo, che in qualche modo mi ha ricordato terribilmente il Grande Quaderno. Sarà che si parla di bambini, sarà che quei bambini sono tutti fratelli. Di fatto Torres ha talento da vendere, racconta una famiglia senza spendere troppe parole per definirne i contorni: ha una lingua precisa, che accosta sempre gli elementi giusti trasformandoli in immagini fluide, che disegnano con armonia le simmetrie sbilenche presenti in tutto il libro.
Brooklyn si mischia alla natura come il padre nero fa con la madre bianca: senza mai riuscirci completamente.

Per chi ha voglia di leggere qualcosa di buono, Noi, gli animali è un gioiellino che ha la potenza delle fiabe, si ascolta fino alla fine, senza perdere il ritmo. Incanta e sorprende, lo consiglio a tutti quelli che hanno amato Agota, perché un po' la ritroveranno. 
Ritroveranno la poesia dell'infanzia crudele, la scrittura che incide e guarisce, la nostalgia per un tempo in cui giocavamo nei campi ed eravamo anche noi gli animali.

lunedì 24 agosto 2015

Cosa rimane

La Maremma mi si attorciglia ai capelli e li aggroviglia: all'inizio sono gli aghi di pino portati dal vento, poi è il sale impastato con l'aria di finestrino a renderli selvatici. La sera facciamo la doccia in una vecchia vasca da bagno, siamo in quattro e l'acqua deve bastare per tutti, io canto a squarciagola, la sabbia scivola dalla schiena e si infila tra le dita dei piedi.

C'è un cavallo che si chiama Cortese che la notte viene a pascolare sotto le nostre finestre, pensiamo siano i cinghiali, facciamo finta di avere paura, come quando da bambini credevamo che le ombre potessero uscire dai muri. 
Ricomincio a dormire facendo sogni che riesco a ricordare, la mattina a colazione li racconto a tutti e mi verso il caffè bollente sul braccio -vicino al polso ho ancora una bolla viola, a forma di cuore.

Dentro il cielo nuotano uccelli neri, le colline piene d'estate sono diventate deserto: noi ci infiliamo dentro a tutto quel giallo e ci togliamo dagli occhi le preoccupazioni che facevano sentire anche ai vicini le nostre voci. Percorriamo strade tortuose senza incontrare nessuno, lasciamo le vecchie abitudini e siamo solo presente.
Cosa rimane se tolgo tutto quello che non serve? 

Ho sempre voglia di scrivere. 

Dentro le vetrine gli oggetti invecchiano, sbiaditi dal sole. Io mi scurisco e sulla fronte compare una macchia a forma di America. Percorro le coste con il dito quando mi spalmo la crema a fine giornata.
Sotto le lenzuola leggo libri bellissimi.