Passeggio in un paesino dove sono arrivate le giostre.
Davanti a me camminano tre bambini con la pelle color cappuccino, tipi allegri con la cartella molto più grande di loro.
Davanti al tagadà si fermano: ci sono cinque ragazzoni coi capelli alla moda.
Signori giostrai, urla un bambino, sul tagadà ci possono salire quelli di sei anni?
No, gli risponde il giostraio, non facciamo mai salire i bambini immigrati.
giovedì 17 settembre 2015
giovedì 10 settembre 2015
Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, seconda parte
Il primo trimestre arrivano gli insegnanti di pedagogia che insegnano come insegnare a chi già insegna. Qualcuno li ascolta perché per il corso ha pagato quasi tremila euro, qualche altro non li ascolta per lo stesso motivo. Tutti ci annoiamo da morire.
La maggior parte dei docenti ci spiega che dobbiamo promuovere lo sviluppo di competenze negli alunni in ottica inclusiva, possibilmente adottando tecniche didattiche diversificate, al passo con i tempi reali e digitali, e lontane dalla barbosa didattica tradizionale, ormai superata.
Tengo a precisare che la pappardella ci viene vomitata addosso attraverso splendide lezioni frontali monologate, che hanno una durata media che va dalle due alle quattro ore, se siamo fortunati con una pausa centrale di dieci minuti.
Sospiriamo, io leggo i romanzi di nascosto.
La prima cosa che impariamo quando parliamo di handicap è di non chiamarlo mai con il suo nome, ma di nasconderlo dietro il nome del ragazzo che lo porta, per rispetto, ci dicono.
In classe ho un caso di autismo. SBAGLIATO. Sei matto? E' umiliante. Devi dire. In classe c'è Federico che è affetto da autismo.
Peccato che poi come compito per casa ci diano da scrivere uno studio di caso.
Una docente di didattica speciale ci tratta a priori come se avessimo picchiato un disabile. Ci ordina di alzare la mano se ci riteniamo persone normali. Pronuncia la parola normali come se fosse sinonimo di serial killer.
Nessuno si muove, un po' per omologazione, un po' per farla tacere il prima possibile.
Sostituiamo le parole tabù - cieco, zoppo, handicappato - con tecnicismi più anonimi - ipovedente, BES, DSA. Uno studioso americano che avevo inserito nella mia tesi si chiedeva provocatoriamente "l'invalido si alza dalla carrozzella se lo chiami ipocinetico?"
In Italia pare di sì.
Non vedo l'ora che arrivino gli insegnanti di lettere, dice qualcuno.
Il secondo trimestre arrivano. Didattica della letteratura, della storia, della geografia, educazione linguistica.
Sono tutti miei ex docenti universitari che dichiarano apertamente che loro a scuola non hanno mai insegnato e che odiano i pedagogisti. Sta volta nessuno ci insegna come insegnare, abbiamo l'onore di ascoltare degli pseudo corsi monografici, brutte copie di programmi che troviamo pari pari sul sito di unipd, già pensati per le lauree triennali.
Quella di letteratura ci racconta Il conte pecoraio, quello di storia le Annales, l'insegnante di educazione linguistica si ingarbuglia proponendoci modelli di grammatica valenziale che lei stessa fatica ad interpretare.
Sopportiamo facendo il conto alla rovescia, quanto manca alla fine?
Impariamo a chi non vogliamo somigliare. Mai.
(continua..)
Ti sei perso la prima parte? Eccola!
giovedì 27 agosto 2015
Una fiaba
Dopo un paio di mesi di letture sfortunate, arriva lui. Justin Torres.
Chi mi conosce lo sa, uno dei libri al quale sono più affezionata è il Grande Quaderno, il primo della Trilogia della città di K. Pensavo di non trovare niente di simile e per un periodo mi pareva che nessuno scrivesse meglio della Kristof. E invece.
Noi, gli animali è un libro bellissimo, che in qualche modo mi ha ricordato terribilmente il Grande Quaderno. Sarà che si parla di bambini, sarà che quei bambini sono tutti fratelli. Di fatto Torres ha talento da vendere, racconta una famiglia senza spendere troppe parole per definirne i contorni: ha una lingua precisa, che accosta sempre gli elementi giusti trasformandoli in immagini fluide, che disegnano con armonia le simmetrie sbilenche presenti in tutto il libro.
Brooklyn si mischia alla natura come il padre nero fa con la madre bianca: senza mai riuscirci completamente.
Per chi ha voglia di leggere qualcosa di buono, Noi, gli animali è un gioiellino che ha la potenza delle fiabe, si ascolta fino alla fine, senza perdere il ritmo. Incanta e sorprende, lo consiglio a tutti quelli che hanno amato Agota, perché un po' la ritroveranno.
Ritroveranno la poesia dell'infanzia crudele, la scrittura che incide e guarisce, la nostalgia per un tempo in cui giocavamo nei campi ed eravamo anche noi gli animali.
lunedì 24 agosto 2015
Cosa rimane
La Maremma mi si attorciglia ai capelli e li aggroviglia: all'inizio sono gli aghi di pino portati dal vento, poi è il sale impastato con l'aria di finestrino a renderli selvatici. La sera facciamo la doccia in una vecchia vasca da bagno, siamo in quattro e l'acqua deve bastare per tutti, io canto a squarciagola, la sabbia scivola dalla schiena e si infila tra le dita dei piedi.
C'è un cavallo che si chiama Cortese che la notte viene a pascolare sotto le nostre finestre, pensiamo siano i cinghiali, facciamo finta di avere paura, come quando da bambini credevamo che le ombre potessero uscire dai muri.
Ricomincio a dormire facendo sogni che riesco a ricordare, la mattina a colazione li racconto a tutti e mi verso il caffè bollente sul braccio -vicino al polso ho ancora una bolla viola, a forma di cuore.
Dentro il cielo nuotano uccelli neri, le colline piene d'estate sono diventate deserto: noi ci infiliamo dentro a tutto quel giallo e ci togliamo dagli occhi le preoccupazioni che facevano sentire anche ai vicini le nostre voci. Percorriamo strade tortuose senza incontrare nessuno, lasciamo le vecchie abitudini e siamo solo presente.
Cosa rimane se tolgo tutto quello che non serve?
Cosa rimane se tolgo tutto quello che non serve?
Ho sempre voglia di scrivere.
Dentro le vetrine gli oggetti invecchiano, sbiaditi dal sole. Io mi scurisco e sulla fronte compare una macchia a forma di America. Percorro le coste con il dito quando mi spalmo la crema a fine giornata.
Sotto le lenzuola leggo libri bellissimi.
domenica 2 agosto 2015
Cinque stelle
Per spegnere le sigarette usavano un braccio di bambino, il loro. Così il figlio è stato affidato a una nuova famiglia, che accoglie tutti quelli che sono nati nel posto sbagliato. Solo che Giovanni è stato posacenere per troppo tempo e i suoi genitori ha cominciato a vederli nei corridoi anche se loro l'avevano dimenticato subito, come succede coi soprammobili che non servono più a niente.
Scappa in continuazione Giovanni, passa da una stanza all'altra perché non riesce a legarsi più a nessuno. I giochi, le parole, gli altri ragazzini gli scivolano dagli occhi e colano per terra, a cosa serve la giovinezza se non puoi essere felice?
Giovanni esplode di rabbia all'improvviso distrugge i mobili, spinge le persone, strappa i fogli su cui disegna biglietti aerei di sola andata per una città che si è inventato e alla quale pensa spesso.
Giovanni mi mostra il sito di una catena di alberghi super lusso che porta il suo cognome. Cinque stelle si nasce c'è scritto in apertura. Ormai il virtual tour lo conosce a memoria, mi fa vedere la piscina, la sala da pranzo con le sedie dorate, l'area relax e il cinema con le poltrone di pelle bianca.
Ha lo sguardo fisso sullo schermo. Scarichiamo il listino prezzi e lo stampiamo, cerchiamo le foto del centro benessere, poi torniamo alla home e riappare la scritta.
Vedi, mi dice, cinque stelle si nasce, io invece sono solo un disabile.
Non so cosa rispondergli, lui si alza e cambia stanza.
giovedì 23 luglio 2015
Diario di bordo: Tfa, secondo ciclo, prima parte
Siamo in cento e poco più. Iniziamo un pomeriggio di gennaio, in un'aula a gradoni. Qualcuno riconosce qualche vecchio compagno di università. Qualche fortunato è già seduto vicino a un paio di amici. Io sono in seconda fila, mi metto nel posto più esterno in modo da essere comoda se ho bisogno di uscire. Davanti a me c'è una ragazza seduta su una ciambella e con un bambino in braccio. Ha partorito da cinque giorni. Non è l'unica. I neo genitori non godono di alcun permesso. Hanno la frequenza obbligatoria come gli altri: si può saltare solo il trenta per cento di ogni lezione. Questo significa che se un insegnamento dura due ore si possono saltare al massimo 34 minuti. Ogni assenza va comunque giustificata e recuperata con lavori da fare a casa.
Dopo due settimane i bambini presenti al corso cominciano ad ammalarsi, uno finisce all'ospedale.
Ci dicono di non preoccuparci, che tutto andrà bene.
Due tutor ci prendono le firme all'entrata e all'uscita. Gli insegnanti ci invitano a fare le spie se vediamo qualcuno falsificarle, è una delle poche cose che porta all'esclusione immediata dal Tfa. Ci pregano di essere puntali nonostante si arrivi da lontano. Io mi sveglio alle sette vado al lavoro, pranzo all'una, all'una e mezza sono in autostrada, alle tre sono in aula e alle sette mi rimetto al volante per tornare a casa. Rientro col buio. Tutto sommato sono fortunata: qualcuno deve prendere il treno, qualche altro viene da Mantova, dal Friuli o dalla Toscana e si è dovuto trasferire a Padova.
Io fino ad aprile riesco a tenere il mio lavoro. E' dura. Qualche volta piango. Soprattutto il sabato.
Ogni week-end abbiamo i laboratori. Interi pomeriggi passati a simulare progetti, analizzare documenti, elaborare rubriche di valutazione che verranno a loro volta valutate. In poco tempo inserisco la modalità scrittura automatica, dobbiamo redigere una quantità esorbitante di relazioni che nessuno leggerà mai, ma che saranno la testimonianza del nostro constante impegno. Per riuscire a consegnare tutto dobbiamo consumare la notte o programmare le sveglie almeno un'ora prima.
Chi lavora in ufficio lascia il posto, prende aspettativa o chiede il part time.
Io ho ventinove anni, a casa ho solo Marco, lo vedo poco e ci litigo spesso. Chi ha famiglia vede i figli solo nei ritagli di tempo. C'è chi a cinquant'anni è ancora precario, c'è chi vuole fare il professore perché il dottorato l'ha deluso, c'è chi ha accettato il calvario della scuola perché crede ancora che insegnare sia un mestiere bellissimo.
Siamo tutti ugualmente stanchi, non c'è pietà per nessuno. Cominciamo a scalare una montagna senza sapere quanto alta sia e se in vetta ci sia un rifugio.
Speriamo di non cadere.
(Continua...)
sabato 18 luglio 2015
Cin cin!
Questa settimana c'è solo da esser felici- Il Pesce compie 4 anni, io ne ho compiuti trenta e giovedì mi sono abilitata!
Domani si festeggia: fanculo il caldo, fanculo le zanzare, fanculo il tfa!
Sono libera!
Domani si festeggia: fanculo il caldo, fanculo le zanzare, fanculo il tfa!
Sono libera!
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